sabato 31 dicembre 2011

La strada di un clown

Ieri sera.
Roma, Teatro Keiros.
Posti a sedere: metà vuoti, presenti: venti al massimo; la mia fantastica relatrice, io, e tre care amiche di russo in prima fila.
Tutto senza formalità. Si stava tra amici, tra persone che si volevano bene. 
Lo spettacolo: "La strada di un clown", con Vladimir Olshansky.
Stupendo.
Chi può ci vada. Consiglio.
A domani!



giovedì 29 dicembre 2011

Saluti alle macchine e investigazioni frociaresche

Siamo alla fine dell'anno. Siamo tutt* stanch*. Inutile, quindi, mettersi a fare grandi discorsi - certo è che il cervello io continuo a mandarlo in pappa, ma per condividere con voi c'è tempo.

Due notizie veloci e significative:
1. Questa è l'ultima sera in cui vi scrivo un post dal mio vecchio pc. Questo è il primo post che vi scrivo dal mio nuovo pc. Ciao, mio caro, sei stato un amico.
2. Qualcuno è arrivato sul mio blog attraverso la ricerca su google di "amedeo frocio". Questo mi ha catapultato indietro di 15 anni - mai mi sarei aspettato, allora, di farmi adesso una gran risata.

Il tempo ...


Aggiornamento.
Per completare l'opera, appena sveglio stamane mia madre mi ha comunicato di aver acquistato un nuovo materasso in lattice per me, sarà qui a breve.
Allora.
Sì, il materasso era necessario, me l'aveva ordinato l'allergologo, ma dico io, santo natale: non avreste potuto rendermene partecipe? E soprattutto: non avreste potuto chiedermi se fossi d'accordo o meno sull'acquistarne uno che si piega tramite comando di una tastierina che mi fa tanto disabile?
Preso dall'ira, ho ringraziato e poi ho sbraitato. Questo è il mio spazio, è già striminzito, non possono scegliere loro pure quali prese devo occupare con quali strani strumenti! Cazzo!
In ogni caso, cari genitori, vi ringrazio.
Ah, visto che ci siete: riuscite a comprarmi anche fidanzato e lavoro a 2000 euro al mese?

lunedì 26 dicembre 2011

Lode alla cugina!

Dopo tante minchiate che ho dovuto sentire e mandare giù in questo santo natale, finalmente stasera sento pronunciare parole sante, che mi fanno tornare sulla terra, a sperare nel futuro delle generazioni come la mia e successive.

La figlia di mia cugina, 10 anni, è particolarmente attratta dal modellino di una Ferrari che hanno regalato a mio nipote - no comment, grazie - e vorrebbe giocarci. Terrorizzata da sua madre, mia cugina, che è la solita cugina di cui ho scritto varie volte, a cui voglio molto bene ma che considero una delle peggiori educatrici che io abbia mai avuto la sfortuna di incontrare, la stessa che rimprovera suo figlio - 15 anni! - perchè non accetta "che lui esca senza essersi messo un po' di gel ... ma che mi rappresenta co 'sti capelli pettinati all'ingiù?!", dicevo, terrorizzata da lei e dalla sua sorella minore, che è stata talmente viziata che ogni gioco che la prima prende in mano passa automaticamente alla piccola perchè "sennò s'offende, è piccola" - mah -, che evita di giocarci. 
Sua zia, sorella di sua madre, cioè altra mia cugina, la santa che mi ha ospitato a Bergamo in estate, le dice: "Amore mio, ma perchè non giochi? Alla piccola ci penso io: se si azzardano a dirti qualcosa o, peggio, a togliertela, sarà il giusto momento di mettere nuove regole. Non preoccuparti: prendila e vai a giocare. E ti dico pure: hai 10 anni, non 50, quindi: dal prossimo natale non dare retta a tua madre, per favore, secondo la quale saresti già in età da marito e che dimentica che hai ancora bisogno di ricevere regali e non solo vestiti o soldi, e chiedimi ciò che davvero vuoi. Una Ferrari? perfetto, ma dimmelo! Per me l'importante è che tu abbia delle passioni. Scegliti la tua."
Ecco la mia faccia:



domenica 25 dicembre 2011

Un altro Natale passa ...

Non mi dispiace per niente ammettere che il periodo delle feste natalizie è uno dei peggiori dell'anno, insieme all'estate - agosto, in particolare.
Tantopeggio quando si è soli. Single, intendo. La morte.

Eppure, ho diversi "eppure".
Eppure venerdì ho trascorso un pomeriggio meraviglioso, di cui per varie ragioni preferisco non parlare. Un vero frullato di emozioni. Grazie Luca, ti abbraccio.
Eppure la sera dello stesso venerdì il mio ex - quello storico, che vi ho dipinto come un fagocitastritolaessereumani - mi ha riscritto dopo mesi di silenzi, quando non di litigi. Abbiamo avuto, dopo tanto, una vera conversazione: in disaccordo, al solito, ma ce lo siamo detti con-versando. 
Eppure ieri, mentre aspettavo delle mie amiche alla Feltrinelli, incontro il padre del mio ex (!) - sì, lo stesso ex - che avevo visto due volte in tutto quando eravamo insieme, e che sapeva benissimo chi fossi ma faceva finta di non capire (se uno, manco poco effeminato all'epoca, esce da camera di tuo figlio col suo pijama e poi esce lui in mutande, c'è poco da non vole' capi'). 
Io faccio finta di non vederlo, troppe emozioni temevo di non reggerle. 
Lui mi guarda, mi fissa, mi segue con gli occhi finquando io non mi volto verso di lui. A quel punto lo saluto e lui mi viene incontro: "Ciao, Amedeo - sorriso malizioso - sono davvero molto felice di vederti". Conversazione calorosa - quando lui è dolce come un granello nell'occhio - e ci si saluta, con qualcosa che somigliava ad un abbraccio.
Eppure, dopo la festa di natale al corso di rumeno, dove l'insegnante ci ha mostrato documentari sui costumi natalizi in Romania e dove abbiamo mangiato e cantato, giovedì c'è stato il classico brindisi di russo (qui un esempio). Ho ballato il kazačok per un'ora e adesso ho le gambe a pezzi. Se riesco vi mostrerò qualcosa.

Ci sarebbero anche altri "eppure", ma me li tengo in serbo. Hai visto mai ...
Buone feste a tutti e tutte.
Vi abbraccio.

Aggiornamento.
Anche questa giornata è passata - come mi scrivi tu, Andrea. :)
C'è un ultimo eppure.
Eppure, dopo anni siamo tornati a festeggiare il Natale con l'unico fratello di mio padre, con cui i rapporti sono stati gelidi negli ultimi tempi. Gran bella occasione!
Tutti gli zii e i cugini, insieme, abbiamo rivisto una VHS in cui io, a quattro anni, ballavo per circa un'ora ininterrottamente: lambada, salsa, e commerciale anni '90 (Corona, per intenderci).
Non la vedevo da tanto, ma il ricordo ero soltanto sbiadito, tutto è riemerso facilmente.
Un bel tuffo nel passato.
Infine, abbiamo chiuso la serata noi cugini più stretti: il mio salone è diventato pista da ballo!!
Su, in qualche modo è andata. Fiù!

martedì 20 dicembre 2011

Questione di cambiamenti in itinere

Dunque. Parliamone.
Nel giro di 24 ore i miei genitori mi hanno letteralmente rivoluzionato la vita.

Ieri mio padre mi dice di aver realizzato solo adesso che lui e la mamma non hanno mica un computer tutto per loro!, e non è mica giusto! Io ho il mio, mia sorella & family il suo, e loro? La soluzione è facile: il mio pc nuovo, che loro stessi mi regalarono per la laurea ad aprile scorso, passerà a loro, che me ne compreranno uno nuovo.
Non ho neanche avuto il tempo di pensarci né di dire di sì che stamattina mi ritrovo con un pc nuovo: identico al mio, un ASUS, solo ancora più potente - per mio padre chi ha una laurea ha bisogno della strumentistica di un astronauta! Mille volte a dirgli: "Ah papà, io non faccio altro che legge e legge e poi tradurre e poi rilegge, mica faccio cose serie, eh?!". Niente, non si rassegna.
Questo vuol dire che questi sono gli ultimi giorni in cui scriverò sul mio nuovo-vecchio pc. Primo trauma.

Poche ore fa mia sorella mi chiama, mi chiede di raggiungere tutti a casa sua (bifamiliare). 
Vado, e mi si fa la dannatissima proposta: visto che mamma giusto ieri ha acquistato un nuovo cellulare perchè ha i tasti grossi, peccato però che non s'era accorta fosse touch screen, che ne pensi di fare a cambio col suo? Ma porca vacca: per farti fare casa, sorella cara, ti ho dato la mia camera e ora mi ritrovo con una stanza di 2 mq; vi presto soldi; tengo quel tuo meraviglioso figlioletto che diventa una peste ogni giorno che passa - cos'altro volete togliermi? Le mutande?
Resta il fatto che mi ritrovo già con un nuovo telefono, odioso, touch, cosa che ho sempre detestato, che quindi non so usare bene, senza i miei messaggi - tutti persi - ma per fortuna con tutti i numeri, a scegliere nuove suonerie, nuovi sfondi, nuovi display. Secondo trauma.

Sì, c'avrò pure guadagnato un fottio di tecnologia, però quanta energia mi costa?! Uff, io non sono per i cambiamenti, tantomeno per i cambiamenti repentini e non scelti da me! 

ps: nota divertente.
Su skype, chiedo a Dario di aiutarmi a scegliere la nuova suoneria. Quella che propongo lui la snobba, dicendo che pare il sottofondo di un centro massaggi o roba del genere. Mi oppongo e la seleziono.
Pochi minuti dopo lui mi invia questa via mail:



 Sto ancora ridendo. :)

domenica 18 dicembre 2011

Rencontres

Ieri. In treno, di ritorno a casa dopo un convegno in memoriam Riccardo Picchio. 
Scelgo un sedile singolo, almeno se avessi voluto dormire avrei potuto poggiare la testa da una parte senza sbavare sulla spalla altrui. 
La scelta, però, non esulava dalla precedente vista di un regazzotto mica poco interessante di fronte al posto vuoto. Arabo, si vedeva. Riccissimo, morissimo. Gli chiedo se il posto davanti a lui fosse libero. "Certo, come no!", mi risponde in un buon italiano.
 
Il treno era in estremo ritardo - è partito da Termini dopo quasi un'ora di attesa. Immaginatevi i nervi dei viaggiatori, giustamente.
Io prendo a leggere, il libro di Andrea che mi ha regalato Andrea! - ah, la rete! - mentre ogni tanto lancio all'adone maghrebino qualche spizzata. Questi ricci perfetti, da putto, nerissimi, occhi lunghi, tipica carnagione araba del nord. Davvero bello, penso.
 
Dopo qualche minuto di immobilità, inizia ad agitarsi. Si mangia le unghie, muove i piedi freneticamente, balla tutto. Ha uno sguardo impaurito. Prova a fare delle telefonate ma non ha credito. Ne riceve, e per due o tre volte detta lo stesso numero alla persona, chiedendo di spiegare che se non è ancora arrivato non è colpa sua! Di aspettarlo, per favore.
Gli offro il mio telefono. Se hai bisogno, usalo pure. E' qui. Mi ringrazia, ma non c'è bisogno.
Poco prima di partire sbrocca, gli vengono le lacrime agli occhi, è agitatissimo. Inizia ad attaccare bottone. "Ti rendi conto?! Ti rendi conto?! Ieri la mia capa mi ha detto che non vuole rinnovarmi il contratto perchè spesso arrivo in ritardo al lavoro. Io vivo a Roma, lavoro a Cisterna. Esco di casa a mezzogiorno per attaccare alle tre, e nonostante questo i treni sono sempre in ritardo: devo partire ancora prima?! La patente, mi dirai (parlava con me, chiaro). Non posso! Non posso! E' assurdo ma non posso! Io parlo benino italiano, ma sono qui da un anno e mezzo. Quando mi sono informato a scuola guida non capivo molto, ho chiesto, quindi, di farla in francese. Invece in questo paese non si può! Solo in italiano, cavolo!".
Non sapevo come calmarlo, il mio stomaco era diventato una noce.
Provo a tenermi stampato uno di quei sorrisi che fa sempre piacere vedersi rivolgere, e provo a chiacchierare. Si rilassa. 
Mi dice che ha 27 anni, è tunisino, vive con sua moglie italiana e il loro figlio di quasi due anni. Fa due lavori: uno la mattina, stacca a pranzo e va in questo centro per immigrati, dove lavora anche sua moglie. "Sono stanchissimo", mi dice, "ma se voglio far vivere bene me e loro due devo farlo. Ho proposto a mia moglie di trasferirsi con me in Francia, io lì sto benissimo, e lo Stato aiuta molto di più! Lei non vuole, non vuole lasciare la famiglia. Boh, vediamo."
Si è rilassato, poggia la testa e si riposa un attimo. Io riprendo a leggere.
 
Quando ci guardiamo, mi esce spontaneo parlargli in francese. "Tu as vécu en France ou en Tunisie?". Gli brillano gli occhi. "T'es français??!!". No, gli spiego che sono italiano ma parlo francese. Rispondo alle sue domande: sono un mediatore culturale, vivo qui, faccio questo e questo.
Lui: "Anch'io sono un mediatore culturale: arabo, francese e italiano. Anche se la mia laurea è in Scienze Politiche, vabbè ... lavoro a volte come interprete ... poi lavoro come aiuto regista, ho scritto anche qualche sceneggiatura ... così, mi arrangio".
Io: "Azz".
Parliamo a lungo, ci diciamo un sacco di cose, risate, chiacchiere. Si è calmato del tutto, wow.
 
Prima di scendere mi dice: "Mi farebbe molto piacere rivederti, farti conoscere la mia famiglia, parlare un po'. Posso avere il tuo numero?".
Glielo do, felicissimo, segno il suo.
"Mi chiamo Kacem".
"Io Amedeo". 
Ho visto che l'ha segnato come Anedeo, ma mi andava bene così.

martedì 13 dicembre 2011

Post alla cazzo di cane

Non ho tempo - o forse energie? - di scrivere in questi giorni un post lungo e articolato e organico. Eccovi, perciò, qualche scheggetta della mia vita degli ultimi giorni.

Dovete sapere che ho preso due paia di scarpe nuove in un giorno solo, erano troppo belline, e quindi l'altro giorno ne ho subito sfoggiato uno. Peccato che, essendo di bordo molto basso, vanno a finirmi precisamente sul legamentino della caviglia, posto di dietro, non ricordo come si chiama, e quindi arrivato in treno a Termini, dopo mezz'ora che le portavo, avevo i calzini zuppi di sangue e pezzi di carne nella scarpa. (Ammazza che sanguinaro oggi!). 
Mi poggio, dunque, su un muretto provando a mettermi dei fazzoletti sulla ferita, necessari almeno per raggiungere una farmacia e prendere dei cerotti - sappiate che la farmacia in cui mi sono poi ritrovato sembrava più che il Muccassassina che una farmacia: due commessi, due feregni, frocissimi, sexyssimi, che si sparavano grandi pose e mi facevano l'occhietto (!). Credo che d'ora in poi porterò sempre un coltellino con me, sapete, uno può sempre tagliarsi per sbaglio, e allora dove va? Beh, ma in farmacia, ovviamente!
Tutto questo per dire che, mentre davo le spalle a strada e marciapiede, piegato sulle scarpe, un uomo, bruttino e forse mezzo sbronzo, mi guardava - l'ho capito dopo - e commentava. Al che mi giro, e lui: "Ma ... ma ... ma che shkif', si nu mashkulo, bleah ... sembravi 'na bella faemm'na! Qua non zi capish' più gniend', mah! Che shkif!", senza staccarmi gli occhi di dosso.
Non ho fatto in tempo a dirgli che mi aveva svoltato la giornata! :-)

*
Un consiglio: guardatevi ogni tanto su youtube i gay themed spot, a volte metton su delle cose fantastiche.
Ad esempio questa. Esilarante!




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Annuncio ufficialmente che sono stato invitato, insieme ad alcuni dottorandi in slavistica e ai miei docenti di letteratura russa, a replicare il notro convegno sui rapporti letterari italo-russi a Mosca il prossimo aprile! Il mio primo convegno internazionale ... che bello! <3
Non so quando avrò il tempo di pensare pure a questo articolo, ma ci piace.

*
The Queen Father alla radio! Qui.

sabato 10 dicembre 2011

Un uomo per tutti e tutte

Come garantire e inaugurare dal basso una pluralità di generi e di diritti. Su questo mi è stato chiesto di interrogarmi da parte di mammamsterdam - qui la proposta.

Lo ammetto: io sono molto per la teoria - non voglio fare il saccente quando dico che mi occupo di "teorie di genere", di "teorie femministe" - ciò che in principio mi interessava era proprio il pensiero delle minoranze di genere, in particolare delle donne, la loro evoluzione, o forse sarebbe meglio dire svelatura, filosofica, cerebrale. Conoscere ciò che le donnne erano sempre state in grado di produrre con il ragionamento e con il loro corpo mi esaltava, mi inebriava.
Ma da qualche tempo a questa parte, grazie non soltanto a letture e blog (una delle più efficaci e concrete compagne nel mio percorso di crescita), ma in particolare grazie a confronti, esperienze dirette e quotidiane, sento la necessità di affiancare alla scoperta della cultura quella delle vite. Le vite vere, reali, fatte dalle persone. Proprio fatte, eh, oltre che vissute. 
Per queste ragioni, in questo breve post non mi dilungherò su alcuna riflessione. Mi limiterò, invece, a riportare qualche episodio, racconto e osservazione in cui ho avvertito e stretto forte la mia totale e assoluta fiducia nelle diversità, nel loro potenziale, nel loro sapersi districare, nella loro capacità di inserirsi, integrarsi, imporsi anche.

A questo punto mi domando: cosa faccio io, in prima persona, per liberare questa pluralità di diritti e generi?
Io correggo mio padre dicendo che no, papà, il ragazzo che nei giorni scorsi ha dormito a casa nostra, nel mio letto, non è un mio caro amico, come l'hai chiamato tu, ma è il mio fidanzato. E lo sai benissimo, te l'ho detto chiaramente. Ci si può mettere d'accordo sul nome da dargli, se vuoi, ma devi avere il coraggio di sapere e riconoscere chi è lui nella mia vita.
Rimproveravo mia madre - finendo poi per coccolarmela - quando anni fa, stanca, stanchissima, alla sera si distruggeva per fare tutti e dico tutti i piatti che mia sorella amava - all'epoca mia sorella aveva 25 anni - perchè "so che lei mi odia, per tutti i problemi che abbiamo avuto in passato. Adesso ho il dovere di recuperare. Da madre." Mia sorella avevo preso a pretenderli, ogni sera era un menu a piacere - non è una stronza, aveva solo sofferto molto. L'ho spuntata io: facendole mille grattacapi, ha capito di umiliarsi e niente altro, e ha smesso.
Rimprovero oggi mia madre - ancora lei, sì, ma poi finiamo per parlarci per ore su un lettone, entrambi coi lacrimoni - spiegandole che non vorrei più sentirle dire a mio padre "Se non hai capito bene cosa intendesse il commercialista, posso sempre richiederglielo io. Sono la moglie, faccio la parte da stupida", perchè se fosse stata così stupida come crede non avrebbe lavorato, non avrebbe avuto accanto un uomo così in gamba e figli altrettanto in gamba.
Vivo ogni mia relazione alla luce del sole. Ho sempre baciato, abbracciato, tenuto per mano, accarezzato, toccato il mio compagno in qualunque situazione e contesto. 
Correggo la mia professoressa universitaria spiegandole che certo, volentieri estenderò l'invito all'incontro di domani anche al mio compagno. Ah sì, -o e non -a.
Rivendico a pieno petto la mia capacità di emozionarmi, di piangere, di commuovermi, di saper perdere il controllo sulle mie sensazioni e lasciarle decantare. Che ripeto: è delle donne soltanto per storia ed educazione culturale, nonchè sentimentale, ma dovrebbe essere di tutti. Per me è un punto di orgoglio, non un limite.
Disambiguo i generi delle persone tutte le volte in cui riesco a farci caso, o mi correggo se ho già pronunciato - molti rideranno, ma vi assicuro che l'effetto che ho provato quando la mia professoressa, femminista, ha esordito via mail con "Care studenti e studentesse", da buona francese, è stato spaesante.

Lo so, non è abbastanza. Lo so, non basta a farci progredire. Ma tutto ciò fa progredire me, e il mondo di cui scelgo di fare parte.
Se cambiamo noi, cambiano tutti. Ops, e tutte.


ps: ieri pomeriggio, passeggio da solo verso l'uscita di un centro commerciale in periferia. Tre adolescenti maschi chiacchierano.
I due prendono scherzosamente in giro il terzo, che risponde: "Ao', ma secondo te, se una me piace davero, vado là e je dico Ciao bella fregna, o bella gnocca?! Così, come fanno tutti?! Ma secondo te non preferirei anna' là e conoscela, capi' chi è, com'è, parlacce?!".
Mi ha commosso. Grandi speranze.

giovedì 8 dicembre 2011

Perchè ho ancora un blog?

Parliamoci chiaro, caro blog e cari amici e amiche: io non  ve davo 'na lira! 
Nel senso che. Nel senso che. L'idea del blog, molto lontana, devo ammettere, dal mio modo di reagire alle cose fino a un anno fa, era nata per una esigenza del momento, contingente. Come ho scritto alla mia relatrice quando le ho inviato un post molto importante del mio blog - sì, stiamo così, ci scambiamo anche post e sms: "Quando si distrugge (decostruisce?) da una parte, forse è meglio costruire qualcosa di nuovo da un'altra parte."
A febbraio, quando ho inaugurato questo spazio, mi trovavo ad affrontare un periodo molto duro, fatto, mi sembrava, da nient'altro che sconfitte. Avevo bisogno di rifugiarmi in un luogo che fosse solo mio, libero, in cui poter elaborare i pensieri. Un luogo dove entrare, sferruzzare un po' le idee e poi riporre i ferri. 
Ma adesso, a quasi un anno di distanza, perchè ho ancora un blog? 
Ho ancora un blog perchè.

Mi ha obbligato a riconsiderare e rivalutare la scrittura, cosa che non ho mai amato particolarmente. Non immaginate neppure quanto lessico io abbia accumulato in questi mesi - l'idea di scrivere bene, senza sbavature, di avere una scrittura felice, questa sì che mi è sempre piaciuta! - e quanti errori del mio linguaggio io abbia corretto.

Mi garantisce libertà e sicurezza. So che qui posso parlare davvero di ciò che voglio, posso dire due stronzate e condividerle, posso chiedere consigli, dare consigli, raccontare esperienze, scambiare letture e insegnamenti. Nel modo più sincero e umano, paradossalmente.

Mi ha permesso e mi permetterà di conoscere persone e vite e famiglie davvero meravigliose, che è un piacere avere vicine, poter raggiungere, seguire.

Importantissimo. Mi ha fatto crescere.
Una pet tutte: prima di aprire il blog reagivo come un bambino capriccioso ad ogni critica che mi veniva mossa, la prendevo sul personale, mi offendevo e diventavo davvero aggressivo, quando non piangevo. Più le persone erano care più soffrivo. 
Adesso, commentare i post di altri blog e gestirne uno mio mi ha insegnato a costruire delle critiche, a sostenere una tesi in modo non aggressivo, a scegliere tono e parole, e a rispondere a chi è in disaccordo, cercando di raggiungere un punto comune. E non sapete che felicità vedere che tutta questa ricchezza e crescita si è smarmellata nella mia vita quotidiana, riesco a fare tutto questo anche nelle conversazioni! Riesco a contraddire e a farmi valere, senza indispettirmi né indispettire.

E voi: perchè avete ancora un blog?

ps: visto che ci sono, chiederei anche un aiutino a casa.
Sembrerà strano, ma io sto ancora imparando come usarlo 'sto blog - e in generale 'sto computer. Parecchie volte ho letto in giro che è sempre bene fare un back-up del blog. Per favore: mi spiegate come diavolo si fa?
Thanks!
Ecco. Aggiungerei, quindi, ai vantaggi di avere un proprio blog, quello di obbligarti a stabilire con la tecnologia un rapporto più critico e sano.


lunedì 5 dicembre 2011

Florence: pagana e ultraumana

Post di cuore, e di corpo.
Ve l'ho già presentata altre volte, ma senza spenderci mai più di una riga. Florence + The Machine. 





Questi due sono,  a mio avviso, i suoi lavori più riusciti, i videoclip in cui di lei emerge il meglio.
L'ho scoperta per puro caso due anni fa. Una cara amica mi chiama e mi fa: "Oh, Ame, questo nostro periodaccio sta per finire, lo so. A partire da oggi ha anche un motto. Dog days are over. Vattelo a vedere, va'! Credo proprio che ti piacerà". L'ho cercato, l'ho visto. Venti volte a loop. Dopo un paio di mesi ero al suo primo ed unico concerto a Roma. Una delle esperienze più estatiche e catartiche della mia vita.
 
L'effetto che Florence produce su di me è proprio quello di un rapimento, un'estasi, un'epifania continua. Lei stessa riconosce la sua volontà di trasferire chi la ascolta in un mondo altro, in un mondo fatto di fantasia, di utopie, di sogni, dove le logiche di tempo e spazio crollano, il ritmo è scandito soltanto da slanci, salti, corse infinite, giravolte. Quando la ascolto è tutto un giramento di testa, tanti colpi di cuore, tanta commozione e senso cosmico. Sì, perchè ascoltare lei mi aiuta a riconciliarmi con le persone che ho odiato e che tuttora odio, con gli antipatici, con chi porta disagio nella mia vita, oltre che ad amare ancora più intensamente chi amavo già.
 
Capelli rossi ed occhi verdi - ormai si sa che sono la mia combinazione preferita se mi si vuol far perdere la testa - le sue labbra finissime, sorriso spalancato, naso con gobbetta - mai camuffata, mai aggirata - occhiaie fisse - altrettanto visibili e mai cancellate - affusolata, lunga, lunghissima, acuta. 
In una parola: costruita.
Lei si è costruita interamente una figura, un'estetica, un'immagine, dei simboli, un'identificazione univoca ma nello stesso tempo molteplice. La riconosceresti ovunque e comunque, nonostante si evolva. E questo mi ha fatto letteralmente innamorare.
Lei rappresenta fino in fondo il mio immaginario: estetico, sessuale, di genere, musicale, figurativo. 
Sento quotidianamente il bisogno di giocare con la mia identità, di combinare i miei simboli, di spingermi un passetto oltre la linea del "così ti accetto". Tutte le volte in cui assumo pose o mi diverto a performare il femminile che sono, il femminile che esprimo, nella testa non ho che lei. 
La ammiro perchè non pretende di vivere o di far vivere gli altri in un mondo altro spacciandolo per reale. Lei sa benissimo di giocare, di unire i piani, di performare. E proprio per questo, proprio perchè questo mondo se l'è costruito lei, risulta naturale.
Naturale è tutto ciò che noi creiamo con spontaneità e consapevolezza.

Se esiste un post-umano, come può essere lei - l'altra parte esatta del mio immaginario, altrettanto amata - esiste un ultra-umano, che è Florence. Raccoglie tutto l'umano e lo esaspera, lo amplifica, lo potenzia, lo brucia quasi.

Segnalo, infine, questa interessante analisi. 
Godeteveli.




Happiness hit her like a bullet in the back

venerdì 2 dicembre 2011

Usiamo il nostro corpo, ma bene!

Sono tant* i e le blogger che si (pre)occupano della rappresentazione del corpo e del suo uso - non sempre comunicativo, purtroppo - nella televisione italiana. Siamo altrettanto numerosi noi che li/le seguiamo sul web, che partecipiamo ai loro indispensabili e capillari progetti.
Senza tentare di condurre un'analisi tecnica e acuta come le loro - cosa che probabilmente non sarei neppure in grado di fare - mi limito a supportarli e a diffondere i grandi insegnamenti che dal loro impegno traggo ogni giorno.
Oggi vi invito a guardare e riguardare e godervi appieno questi due spaccati della televisione - italiana il primo video, cilena il secondo - in cui una Raffaella Carrà in grandissima forma e più spumeggiante che mai performa il suo successone "Rumore".
Performa, credo, è il termine migliore. 
Canta? No, troppo poco.
Balla? Beh no, c'è molto altro.
Si tratta di una performance vera e propria. 





Il secondo video mi tiene inevitabilmente incollato allo schermo.
Trovo che ci sia una libertà assoluta nell'espressione di questo corpo: i movimenti pieni di sapienza, di lavoro, di calcolo, di studio; la costante ripresa della telecamera che, pur muovendosi, non stacca mai l'attenzione dalla performer, senza mai rendere le sue mosse provocanti, senza mai inserirle in una cornice non-artistica. 
Non ci sono altri soggetti, non ci sono maschioni mezzi unti a cui venga richiesto di prendere in braccio la donna, alzarla, girarla come una cotoletta, alzarla in alto come una principessa del porno, oppure voci maschili che emettono un consenso sbavoso, piuttosto di cattivo gusto.
C'è lei, sola, costantemente sola sulla scena, scena che lei riesce non direi tanto a dominare, quanto a riempire fino a farne sfumare i confini. Se si guarda la registrazione per un paio di volte di seguito o più, ci si dimentica che si tratti di televisione. A me pare di essere a teatro, forse, o comunque in ammirazione di un'artista. In un luogo di cultura. Cultura del corpo, ché, come dicevo già qui e qui, soltanto della testa ce ne facciamo ben poco.
A me questo video fa letteralmente venire i brividi.

Com'è possibile che molti e molte di noi gli preferiscano questo?



mercoledì 30 novembre 2011

Aggiudicato.

Romeno romeno romeno! Yeah!
Ieri ho cominciato il corso di lingua romena presso l'Accademia di Romania, a Roma. 
Arrivo con un'ora di anticipo - avevo finito prima lezione di francese - perciò erro per la meravigliosa struttura. L'insegnante, alle prese con la lezione del primo turno, mi nota, mi fa cenno con la testa, come per dire: "E tu chi cazzo sei?", le spiego a bassa voce che no, vorrei parlarle ma dopo, non si preoccupi, ma lei mi guarda brutta assai, e mi obbliga ad entrare ed assistere già. Così. In medias res.
Saluto tutti e mi siedo.
Lei riprende a spiegare la declinazione del sostantivo - età media: 55/60 anni, gente che non sa neanche cosa sia un caso. L'è djura, sì, ma lei ci riesce.
Dopo un'ora c'ero dentro, fomentatissimo.
Fine.
Parlo con lei, mentre beve un caffè per ricaricarsi e ripartire con altre due ore col secondo turno: h. 18.30-20.30. Mi spiega che inizialmente non c'erano più posti ma, come al solito, in molti hanno desistito, quindi: sei dei nostri!
Mi decido a seguire due ore del secondo turno. Doppia lezione, perciò.
Fatti tutti e quattro i casi, genere, numero e tutto il resto.
Lei è STRAORDINARIA.
Comprerò al più presto libro e dizionario.
Prima nota di riflessione. Durante la spiegazione l'insegnante dice: " [...] perchè io sono rumena [...]". Io sento una lieve e rapidissima sensazione di disagio, di imbarazzo, ma era tutto mio! Gli altri, ormai svezzati, erano già nella cosa, hanno già sviluppato un'altra sensibilità al termine, e quindi all'idea.
Nella mia testa "romena" ha un significato chiarissimo, ma sulla pelle vuol dire zingara, sporca e battona.
Ho scelto la lingua giusta, io lo so.



ps1: questo è un racconto di Matteo B. Bianchi, uno dei miei narratori preferiti. Lo trovo bellissimo.
ps2: guardate qui.

sabato 26 novembre 2011

Occhi bionici

Ieri e oggi sono di quelle giornate che proprio dici: "Ma chi me lo fa fa' de campa'? Ch'angoscia, ao'!". Ecco, sto così.
Ne avrei avuti ieri di motivi per gioire, ma niente.
Queste ultime settimane sono state tra le migliori degli ultimi periodi. Mi sento in forma, in forze, carico, pieno di voglia e volontà. Studio e leggo e ricerco a ritmi matti, ma mi sento così bene! 
Dopo l'abbuffata, oggi il conto. 
Mi sento vulnerabilissimo, fragilissimo. Tocca subito inventarsi qualcosa per tirarmi su il morale. Ci penso e vi farò sapere.

C'è da dire, però, che le miscele fanno sempre la loro porca figura.
Starò pure giù, ma due grandi cose ieri, in realtà, sono avvenute. 
Ho finalmente conosciuto e abbracciato di persona, in occasione di un incontro in Sapienza, Loredana e Giovanna. Ah, la rete!
Io e Dario abbiamo festeggiato il nostro primo anniversario vicini. Insieme ad una splendida rosa rossa, guardate qui cosa mi ha regalato. Ditemi voi come si fa a non piangere.

ps: preso dalla malinconia, mi diverto a fotografarmi post visita oculistica con tanto di somministrazione di gocce allargatrici di pupille ad un solo occhio.



giovedì 24 novembre 2011

Una nuova lingua

Sto rosicando anziché no.
Delusione potente.
Rimediarvi subito è altamente necessario.

Un paio di giorni fa incontro sul treno una collega di università, che così, en passant, mi comunica che studia lingua romena da due anni, sai, eh, e allora, ti dicevo ...?
Chissene frega cosa mi dicevi! Torna indietro e parliamo della lingua!
La informo che fin da quando ho iniziato l'università ho provato a intrecciare il mio percorso con lo studio di una nuova lingua, e romeno era ed è di sicuro tra le scelte più ambite.

1. E' il perfetto mix tra lingue romanze e lingue slave - ci sguazzo.
2. Una lingua e una cultura che tutti snobbano, quando non offendono, vi pare che io me la lasci sfuggire così?
3. Sarebbe mica poco utile, nè?

Mi informo, mi riinformo, mi sbatto a destra e a manca. Guardate un po' qui  dove avrei potuto studiarla, e gratise!
Invece? Tutto scoppiato in un puff. Posti terminati.

A questo punto mi sono fissato che devo iniziare lo studio di un'altra lingua. Per forza. Di forza. Ormai è deciso.
Quale?

lunedì 21 novembre 2011

Parlare con la città

"Se sono in città e ho voglia di campagna, posso andare in un parco. Ma se sono in campagna e ho voglia di città, dove vado?". Parole di Warhol durante un'intervista. 
Passatemi Andy - senza rinnegarlo, badate bene, è uno snodo imprescindibile per un sano sviluppo frociaresco. Il mio primo fidanzato, bello che era, mi regalò il film sulla factory e un bel volumone Taschen ben curato e impaginato, ne imparai parecchio. Insomma, una reale forma di genio l'aveva, il nostro Andrew (mica era slavo così, tanto per). Gaga docet. Passatomi lui, resta la Verità.

E' certo che questa frase merita di essere rivista, ripulita; tuttavia mantiene, a mio avviso, una profonda efficacia. Perchè se è vero che sì, un parco in piena Roma fa respirare, fa relax, natura e quant'altro, di sicuro non fa campagna. Campagna non è soltanto un paesaggio agreste e bucolico. Il paesaggio agreste e bucolico non bastano a fare campagna, che è, invece, tutta una miscela - irriproducibile, forse - di odori, colori, prospettive, tagli di vedute. Un parco metropolitano serve, fa bene, ma è altro.

La città. invece. 
Io dentro ci ritrovo sempre più di un mondo. La metropoli mi svuota e mi riempie ogni giorno, mi offre continue chance, mi scatena dalle singole vicende del giorno, senza bisogno di dimenticarle, e mi immerge in un racconto cosmico, collettivo. 
Appena metto piede alla stazione Termini il mio sguardo sulle cose cambia. Io, che figuriamoci se metto in standby qualcosa nel cervello, ogni tanto, non sia mai!, che non mi lascio sfuggire dimenticanze, in città mi rassereno. Gli autobus, le automobili, gli impiegati in completo, le badanti con vecchio/a inclus* nel pacchetto, gli affascinantissimi uomini bengalesi e indiani portatori dei più impensabili odori, i numerosi slavi di tutte le declinazioni che passano e bevono e ribevono e rifischiano e fanno certe grezzate che levate, le russe fatte di cosce sui Condotti, le anziane monteverdine che, tra il basito e l'indredulo e il conato, scrutano qualche giuovane fanciulla libertina, scosciata o chissà che altro, i ritardi dei mezzi, le parolacce in mente - ah, però! Qualcuno invece le dice proprio! - e chissà quali e quanti altri scenari!
A me tutto questo fa vivere, fa letteralmente venire i brividi.

Con Fausto ci siamo interrogati fino allo sfinimento su cosa ci ispiri di più, su quale sia il luogo in cui riusciamo a sentirci meglio. Io sono certo e fiducioso delle mie conclusioni: io riesco a sentirmi, e a sentirmi in ogni sumatura, in città. 
Ad esempio: voi, quando avete bisogno di stare sol*, dove andate? Io non ho dubbi. L'unico luogo in cui riesco è la città.
Fausto, che si trasferirebbe oggi stesso in remote terre abbruzzesi, disperso tra greggi ed effluvi naturali, resta sempre sbalordito quando dico che sì, io riesco a sentirmi solo soltanto in città. Quando ho provato a conciliarmi ai paesaggi e alle terre da cui provengo, a chiedere conforto a loro, ho ottenuto sempre lo stesso risultato: non sentivo la solitudine, ma l'assenza del resto, dell'altro, degli altri, che non mi ha mai fatto granchè bene - può farne?, mi domando. Se un giorno sono giù, invece, e me ne vado a passeggio per il centro di Roma, esplorando nuove strade, nuovi negozietti, nuovi scorci - la sacra fortuna di vivere a Rim - tutto si rimescola, tutto acquista luce nuova. Priorità, ansie, angosce e felicità prendono una nuova struttura, si riorganizzano.
A Roma non ho problemi a mettermi su un marciapiede e piangere finchè ne ho voglia. Da me, con montagne, pianure, mare e quant'altro, non posso. Ho bisogno che il mondo esista intorno a me per tirarmene fuori e starmene solo. Un paesaggio, per quanto sublime, non posso che contemplarlo, ma mai dialogarci. 
Io, che di discorsi, scambi e narrazioni faccio la mia aria, alla campagna posso chiedere ospitalità, ma non ispirazione.
Metropolitano, fino in fondo.

sabato 19 novembre 2011

Sugli indiani

A casa di V. e M. M. prepara il pollo al curry. V. fuma. 
V. mi fa omaggio dell'esilarante racconto di una conversazione avvenuta tra lei e una paziente dell'ospedale presso cui lavora  - sorvoliamo su quale.

V. è allo sportello, deve prenotare una visita.
Operazione terminata.
Tizia: "Signorina, lei è stata davvero deliziosa, ma devo farle un appunto. La sua persona ci perde davvero molto con quella cosa che ha sul labbro. Le sembra il caso?".
V.: "Di cosa parla signora?".
Tizia: "Di quell'orecchino sul labbro. Non siamo mica gli indiani?! Le consiglio vivamente di toglierlo perchè non è opportuno."
V: "Sì, sì ... seguirò il suo consiglio. Arrivederci."

giovedì 17 novembre 2011

Villa Mirafiori

Realizzo soltanto adesso che non vi ho mai presentato né parlato della mia università. Sapete tutt* cosa studio, sapete tutt* di cosa mi occupo, che studio a Roma, ecc ecc. 
Non avete, però, mai visto la splendida Villa Mirafiori, sede della mia facoltà.
Si tratta di un palazzo in stile rinascimentale di fine '800, residenza di Rosa Teresa Vercellana, moglie morganatica - ho scoperto ora cosa volesse dire - di Vittorio Emanuele II. Confina con nientepopodimeno che la sede del consolato russo, e dista una passeggiata da Villa Torlonia, vecchia proprietà di Mussolini. 
Qualche foto:


Università vista dal parco retrostante

Università vista da qualcuno immerso nel parco restrostante - qui ho dato il mio primo bacio consapevole al mio primo fidanzato, bello come il sole :D

Stagnetto posto all'entrata - prima c'erano pesci, rane e tartarughe. Mi sa che hanno fatto 'na finaccia

Panchine nell'altra parte del parco - qui ci si vede per parlare di cose importanti, confessioni, litigate, montarsi

Parco antestante - certe dormite che levate

Luogo ufficialmente adibito a montaggio - segretissimo, tutto è al di dietro della collinetta, quindi se sta che è 'na meraviglia

Il mio luogo preferito: una piccola altura davanti all'università. Qui ci passavo giornate intere, durante il primo anno, solo e in compagnia, a commuovermi che finalmente riuscivo a dire: "Sono gay"

La porta sull'infinito (=porta dello studio di russo, dove si fanno ricevimenti, tesi, esami e quant'altro)

L'intero complesso visto dall'alto

Capite, adesso, perché uno non ce la fa a laurearsi in tempo?
Tra dormitine sul prato margheritato in aprile, maschioni che si denudano il petto a prendere il sole - c'è anche chi si mette in pantaloncini! - da aprile a settembre, e tu non ce la fai, credetemi, non ce la fai, chiacchiere, caffè e tutto il resto ...
To be continued - c'è ancora il bar, la cappelletta, i cessi ... non mancherò di mostrare tutto.



martedì 15 novembre 2011

Traduco e (perché?) sono limitato?

Vuoi vedere che mi sono deciso a fare i conti sul serio con i miei limiti?
Vuoi vedere che sto crescendo sul serio?

Chiariamo subito: negli ultimi mesi non sono di certo mancate persone a ricordarmi che ne avevo, di limiti - vero: Lorenzo, Dario (tu, però, resti sempre l'amore mio), Luigi, Ilenia, Frédéric, Veronica, Andrea (quanto t'ho odiato quella settimana ... quanto ...)? Per carità! Quelle sono sempre là pronte a rammentarti quanto tu sia stato infantile in quella situazione, pesante in quell'altra, rigido in quell'altra ancora ... E la cosa peggiore è che, dopo aver cercato delle giustificazioni così unte che ci prendi delle scuffiate grandiose - arrivando a dire cose del tipo che sì, sono rigido, cazzo, ma se quando avevo quattro anni non mi avessero rubato il dentino da sotto il bicchiere messo in salone per beccarci li 'ndindi non avrei mica sviluppato un attaccamento così viscerale e morboso con cose e persone tale che ora adotto la massima accondiscenza  e il massimo perdono con tutto e tutti per paura di perderli, e altre baggianate simili - dopo aver cercato giustificazioni, dicevo, devi ammettere che hanno - cazzo - del tutto ragione, e che lo dicono per il tuo bene.

Due weekend fa io, Dario e Simone abbiamo organizzato un pijama party a casa dell'ultimo: uscita, rientro, pijama, tisana alla liquirizia per me e banale per loro, tante chiacchiere e poi ninna tutti e tre insieme abbracciati nel matrimoniale. E passa la paura.
Tra i molti discorsi, si è toccata anche la musica, in particolare la lirica, essendo stato, Simone, un ottimo cantante - ha anche le pareti insonorizzate per esercitarsi! Strafigo!
Ho realizzato come il canto sia affine non poco alla traduzione: va bene lo studio tecnico iniziale, va bene lo studio costante negli anni, l'esercitazione, la pratica, la gavetta, la solidità delle conoscenze e delle proprie potenzialità. Resterà sempre, tuttavia, quel margine - a volte neanche così ridotto - di fallimento. O peggio ancora, per un perfezionista e criticofobo come me: di sbavatura.
Nel corso di una vita da traduttore, traduttore professionista, intendo, a tempo pieno, come vorrei diventare io, di sicuro ti usciranno fuori delle grandi traduzioni, o almeno dei passaggi così ben riusciti da darti il giramento di testa. A me succede già ora. Sono quei punti, brevi frasi o immagini, che senti di aver restituito alla perfezione. Di aver quasi arrichito la lingua. Eppure, hai ben chiaro in testa che altrove ci sarà di certo qualcuno che saprà fare meglio di te. Magari non negli stessi punti, in altri, forse; o forse il suo prodotto finale sarà complessivamente di più alto livello. 
E c'è poco da fare. E' una certezza. E' una conditio sine qua non.
Inoltre - cosa gravissima, li mortacci: una traduzione è sempre migliorabile, come una performance canora. Non c'è mai una fine della traduzione, non esiste la traduzione, esistono i tentativi, le prove, le negoziazioni. 
Il prodotto ideale non esiste. Non esiste il modello di una traduzione. Non ne esiste l'idea.
E per un idealista come me vi rendete conto che trauma?

Ma non sarà mica che tanto a sputacce sopra, 'sta povera natura aveva capito già tutto e m'ha fatto scegliere questa strada come addestramento?

domenica 13 novembre 2011

Xenia Muratova: ancora non ci credo!

Venerdì, 11 novembre 2011, è stato uno dei giorni più emozionanti della mia vita.
Ricordate questo e questo? Ecco, adesso ho l'onore di dare un seguito - e che seguito! - alla storia.
Venerdì ho trascorso due ore in un caffè del centro con Xenia Muratova, nipote di Pavel Muratov. Riuscite ad immaginare o a concepire pur lontanamente la mia gratitudine e commozione?

Appuntamento previsto alle 16.00. Piazza del Pantheon.
Appuntamento posticipato di un'ora. Ne approfitto, quindi, per sbrigare delle commissioni e per fare due passi - ma questo lo sapete già.
Ore 17.00 in punto, in piedi su una bassa scalinata alla ricerca di un cappotto arancione - unico indizio grazie al quale avrei dovuto riconoscerla - giro la testa e mi trovo di fronte due occhietti azzurri su uno dei volti più eleganti, colti e raffinati che io abbia mai incontrato.
Promessa mantenuta: cappotto arancione, un po' di trucco, capelli raccolti e guanti. Io ero agitatissimo, non sapevo come pormi. Passiamo, su sua richiesta, subito al tu.
Ci sediamo all'interno di un caffè di Sant'Eustachio. Ci restiamo per due ore.
Racconti, aneddoti, storie di vita familiare, opinioni sull'opera artistica e letteraria di Pavel, pareri sui più o meno grandi slavisti italiani, confidenze su nomi noti - idoli letterari per me - che lei ebbe il piacere di conoscere personalmente, a cui fu ed è ancora legata da sincera amicizia. Amore per Roma, cambiamenti urbanistici che Roma ha subito nel tempo. E ancora progetti comuni che entrambi abbiamo in mente per diffondere e valorizzare l'opera del nostro amato.
Ciò che di più bello lei ha detto su Pavel è stato: "Era continuamente innamorato. Innamorato di tutto".
Il mio cuore ha battuto per due ore senza sosta. Il suo sguardo era dolce, accogliente, aperto. Xenia ha dimostrato per me grande affetto e gratitudine, mi ha fatto sentire in grado di fare un buon lavoro. Mi ha ascoltato con interesse e profondità, discutendo con me sulle difficoltà che tradurre l'opera di Muratov comporta.
Le ho già scritto due volte per ringraziarla, ma per me non sarà mai abbastanza.
Come se non bastasse, mi ha portato in dono il catalogo di una grande mostra sull'autore da lei curata e tenuta a Mosca nel 2008, con fotografie di famiglia e importanti ricostruzioni - nonchè una dedica per me medesimo!
Tornato a casa ho ripreso in mano la mia tesi, il catalogo, ogni articolo, foto, scritto su Pavel, mi sono messo sul letto e mi sono fatto delle promesse. Tante.



sabato 12 novembre 2011

Progulki

"Passeggiate" in russo.
Quelle lunghissime passeggiate che faccio spesso per Roma. La mia Roma.
Devo aspettare ancora un po' per sapere se e come scrivervi di una esperienza importante di ieri; nel frattempo, quindi, mi vi beccate nello stato "non-mi-vuole-nessuno-ma-qualcuno-mi-amerà-mai?" on.

Ieri me ne sono fatta (o fatto?) una lunghissima - emh, di passeggiata,  - in pieno centro, zone dove in realtà capito di rado, se non per esigenze particolari. Avevo un appuntamento al Pantheon, quindi, dopo una doverosa visita ai luoghi russi, Trinità dei Monti e Pincio, ho girovagato un po' per il rione. 




Proprio nella piazzetta quissù - alla mia sinistra c'è il Tempio di tutti gli dei - ieri ho assistito ad un paio di scene di profonda dolcezza.
Un ragazzo spagnolo, di poco post-adolescenza, salutava con baci, abbracci e lacrimucce tutti i suoi amici e amiche compatriote - io l'ho interpretata così: dopo un erasmus, o comunque un soggiorno lungo a Roma, salutava prima della partenza. Sullo sfondo, il tramonto - la luce di Roma è unica - e due suonatori di violino di strada che, con competenza, mi hanno fatto stranamente piangere.
Vedevo coppie ovunque. 
Dopo mesi, finalmente, ho rivisto un paio di coppie omosessuali, che si baciavano e accarezzavano. Uh, un po' di respiro.
Tante coppie, dicevo. Ma diverse dalle solite. C'era un'aria piena d'amore, piena di compromessi, di famiglie. In chiunque passasse abbracciato o mano nella mano, scorgevo voglia di condividere, di scegliere, di amare l'altro. Sentivo tutti e tutte molto uniti e unite.
Sì sì, oggi sto benissimo!

Se io perdessi le chiavi, chi me le ritroverebbe?



giovedì 10 novembre 2011

Conciliamoci

Esiste una musica che mi concilia con il mondo.
Dico una e non della musica perchè non si tratta di singole canzoni, di singoli episodi musicali, di singole performance, ma di particolari ritmi, miscele, combinazioni. Possono essere generi del tutto diversi, apparentemente inconciliabili o poco comunicanti, ma che, in realtà, accendono in me uno stesso tipo di sensazioni.
L'immagine che ho in mente quando questa musica mi arriva all'orecchio è sempre quella di fili incandescenti che entrano in contatto, e regalarmi una verità. Un'epifania, direi. Una vera e propria rivelazione. 
Sono in grado di ascoltarla per un tempo infinito, a ripetizione, farla finire e poi farla ricominciare. Non solo non mi stanca, ma man mano che la ascolto è come se mi si gonfiasse lo strato di pelle, se i polmoni si caricassero d'aria fino a rischiare di esplodere, se le mie orecchie stessero sempre per sputare sangue tutto intorno per via dell'incontrollata pressione. La mia capacità di sentire mi fa girare la testa, mi fa quasi svenire.
Molte cose di me, dei miei rapporti, dei miei pregi e difetti le ho afferrate proprio grazie a lei.
Sarei felice di conoscere la vostra musica, la vostra musica catartica.
Ecco qualche pillola della mia.

 

 

ps: in questi giorni ascolto Callas da mattina a sera.

sabato 5 novembre 2011

Chicchi



Corone capovolte, cerchiatura perfetta,
succhiano all'albero lo stesso rossore.
Ognuna ha il proprio nucleo, la propria cellula.
Di staccarsi, però, neanche l'ombra.
Vivere è caro ad entrambe, 
compromessi inclusi.
Pronte.
Tu, dovunque tu sia,
chiunque tu sia,
sei pronto ad attaccarmi?

giovedì 3 novembre 2011

Auguri.

Ieri ti ho visto, eri lì dov'ero io. Tre sguardi in tutto - saranno troppi?
Vi ho visto, e devo ammettere che vi ho visto anche piuttosto felici, in sintonia.
La sorpresa che mi ci voleva.
La sorpresa che volevo.

Due le ore di sonno stanotte, una l'ora di pianto - che non fa parte delle precedenti, tranquill*.
E continuo a chiedermi perchè, il perchè del mio pianto.
Stavo già partendo con la solita bacchettata, così, per rimproverarmi chissà cosa, stavolta. Eppure.
Eppure non so cosa mi ha salvato.
Io mi sono salvato.
Io ho salvato me.
Piangevo perchè ero commosso, commosso dal fatto di vedere che oggi, esattamente oggi, è un anno che ho deciso di cercarmi altrove una vita migliore. Di seminarla altrove.
Piango - a più riprese continuo - perchè sento che la svolta che aspettavo è arrivata. Ci è voluto tanto? Pazienza. Troppo? Pazienza. Avevo bisogno di capire che tu sei stato tutto quello che sei stato, e per me, che vivo dal passato, cioè prendo lo slancio sempre da lì, resterai sempre tu. Ma adesso quel tu comprende tutto, finalmente lo vedo. Chiaro. Sicuro.
Non rifiuterò altri crolli, ma sono certo che da oggi le cose cambieranno, perchè finalmente sono libero.

Mi vedo, ancora con la racchetta in mano, prontissimo, concentratissimo, lusingatissimo di poter giocare questa partita con te. Mi è sempre parso un gran privilegio. Dolce che ero.
Ad un certo punto - molto presto, diciamo - tu hai svogliatamente lanciato oltre una siepe la tua, di racchetta. Eri stufo, annoiato forse, il gioco non ti eccitava più.
Io sono rimasto sino ad oggi con la stessa racchetta in mano, ad aspettarti. A chiamarti.
Per un po' ho atteso fermo, in piedi, senza muovermi né fare brutti pensieri. Si è allontanato un attimo, pensavo. Tornerà. Non può non volermi parlare. Ne avrà di sicuro bisogno anche lui.
Poi, terrorizzato, ho iniziato a lanciarti la pallina, ma tu la lasciavi cadere.
Ho provato a tirartela addosso, cavolo, si volterà a guardarmi. Fino all'altra notte mi guardava!
No, non ti sei voltato mai.
Neanche una volta.
Saccente, guardavi me, sfinito, che impazzivo dall'incomprensione.
Mi hanno fatto male i muscoli, gli occhi, le gambe, da quello stare in piedi, sempre in attesa di un tuo cenno, sull'attenti, pronto a scattare per rispondere, per non farti sentire inascoltato.
Ieri sera la racchetta l'ho mollata io.
E mentre tu l'hai lanciata via, o forse nascosta tra le siepi - questi giochetti da mago dell'intelletto ti sono sempre piaciuti - io no. No no! Io la metto proprio giù, sul tavolino! Io prendo la racchetta, la poso sul tavolino, la guardo per l'ultima volta. Partita finita, mi dico. Per me. E' finita per me.
Non gioco più - lo diceva anche la mia amata Mina, no?

Sono libero.
Sono mio.
Di nuovo, ho vinto.
Ti ho amato perdutamente, Lorenzo, e ora ti perdo.

Auguri ad Ele, che ieri ha compiuto, come dice Carlotta, "il suo quarto di secolo".
Ma auguri a me, prima di tutto, che torno nel mondo.

domenica 30 ottobre 2011

C'è speranza

Per stasera avevo in programma un piano magnifico.
Salutino ad un amico, caffettino insieme, poi tram o metro e poi autobus, dritti verso casa di Veronica e Mattia - migliore amica e compagno - per tante coccole, chiacchiere, fumate (Mattia) e ninne - loro nella loro stanza e io sul divano, eh, io e Vero gioiamo solo quando Mattia viaggia e il letto diventa nostro.
Tutto saltato, per loro imprevisto.
Caffettino con amico, dunque, spostato ad aperitivo alle sei, che sono diventato le otto - sì, esatto, no no, proprio due ore di ritardo, porca zozza, c'ha avuto un incidente, poveraccio. Nel frattempo io mi sono visto tutte le librerie di Roma e mi sono segnato una lista di boh, 80 titoli. Vabbè.
Sta di fatto che, serata andata benissimo, ero partito per Roma in treno, non avevo troppa voglia di fare il viaggio in macchina; per questo sono stato costretto a riprendere l'ultimo poco prima di mezzanotte per rientrare.
Beh, è stata un'esperienza felice.
Qualche giorno fa raccontavo di come il treno faccia spesso da sfondo a brutte conversazioni. Questa tratta compensa tutto.
Al mio fianco, seduti, due ragazzi neri, post-adolesenti, molto alla moda, di cui uno bello forte, dall'altrettanto forte accento marchigiano, l'altro ancora ha da crescere. Sento dire che hanno origini congolesi, ma vivono qui da sempre. Sono stati una rivelazione. Ci sono ancora giovani che conoscono l'italiano, e parlo di italiano corretto, senza censurare slang, giovanilismi e quant'altro, ma che sia riconoscibile come italiano; giovani che, ad un passeggero che chiede loro: "Vorreste andarvene a Ibizia, eeeeh?", il bello fa: "Ibiza?! Mah, guardi, direi un po' troppo sputtanata, vanno tutti lì. Io amo i posti esotici, me ne andrei a Tahiti ... la vita di Ibiza ... che noia 'na settimana così! Un giorno reggo, poi fuggo. No, non mi interessa."
Ascoltavano musica, poi, e ballavano, parlavano di danza, di passi, con grande competenza, si dedicavano ad una conversazione interessante, che ho provato ad origliare. 
Un signore, con dei problemi evidenti, prova ad attaccare bottone, così, in modo semplice. Nel senso: da persona semplice. E loro dolci da morire a spiegare che no, quello è lo Zaire, noi siamo del Congo.
Belli, veramente belli loro e bella la scena.
Volevo dare loro un passaggio - giuro, non li avrei portato in camporella - ma alla fine è venuta la sorella del brutto.

giovedì 27 ottobre 2011

Adamo e Mario

Scusate se nelle ultime settimane non ho elaborato molto, ho scritto poco di mio.
Zio Amedeo torna presto con le sue seghe mentali - adesso è un momento un po' così, sapete, di quelli che dici "Quanto me sento trishte", poi vedi Il mio grosso grasso matrimonio greco e piagni.
Capito? Un po' così.
Ma passerà. Nel frattempo leggo la mia amata Achmatova e traduco - le uniche cose che mi danno vigore.
Ma guardate qui cosa vi offro? Perle di saggezza! Queste sì che me tirano su!



lunedì 24 ottobre 2011

Dove altro ...? No, ditemi: dove altro?

Questo è un post bomba, ve lo dico.
Questa è pesante, non è un post che si legge così, en passant. Richiede preparazione e impegno.
Ebbene. Vi presento un video girato da un collega di russo quattro anni fa, al mio primo anno d'università, in occasione del cosiddetto "brindisi di russo". A dicembre, per il saluto prima delle vacanze natalizie, la mia cattedra di russo (e sottolineo, la mia, credo che sia l'unica al mondo ad organizzare una bolgia simile) prepara un brunch alla russa: cibo russo, addobbi russi, musica, canti e danze russe - eseguite dalle prof, mica da esterni! - e tanto, tanto, taaaaanto alcol (russo, massima concessione: polacco o serbo). 
Dura poche ore, ma intense.
Si finisce sempre che le prof, tuffate nell'alcol fin dall'infanzia (io e i miei colleghi abbiamo afferrato due verità su 'ste russe: 1) berranno alcol pure con la pasta primimesi 2)il gelo siberiano le iberna, perchè sennò non si spiega come a 80 anni - giuro, dico 80 - le mie siano ancora delle gnocche da sbavo), stanno da paura; noi, alle lezioni che seguono, puzziamo di vodka, cetriolini - funzionali ad assorbire l'alcol, così bevi di più! E se non bevi, so' cazzi, le prof ti linciano! - e con gli occhi semichiusi.
Invidiabile. Immancabile.



Cose che si sentono in giro

Brutta conversazione a cui ho assistito oggi in treno. Brutta, bruttissima.
Due signore di mezza età, sulla cinquantina entrambe o poco più, chiacchierano di lavoro - una di loro è una commercialista. Passano, poi, a spettegolare un po'. Free.
Al passaggio nel corridoio del treno di una ragazza evidentemente originaria dell'Africa centrale, con treccine colorate come soltanto loro sanno fare,  signora A (commercialista) a signora B: "Guarda, visti che capelli, 'sta ragazza! Che strani! Mah!".
Signora B: "Sì, hai visto?! Loro so' bbrave: s'attaccano j'artri capelli finti e poi se fanno le tracce! E' marocchina (!), ve'?"
Signora A: "Eh sì ... . " 
Io: ".................."


Poco dopo.
Signora A: "Ma tu non lo sai?! Monica è stata lasciata dal fidanzato, 'no stronzo, l'ha mollata pe 'n'artra, 'na dottoressa dell'ospedale ... poraccia, poi lei è in gamba ... quest'artra è 'na zoccola, se vede proprio: tutta shkollata, tutte cose appiccicate, mah!"
Signora B fa cenno di un poco velato disprezzo.



venerdì 21 ottobre 2011

Andare in Olanda e sposare "Il Maestro e Margherita": posso?

In questo ultimo anno ho letto molto. Moltissimo, forse. 
Dopo aver cambiato casa - ovvero: dopo esserci ristretti io, mamma e papà nella metà della superficie precedente della casa, dato che l'ex metà se l'è agguantata mia sorella con prole e coniuge - ho una camera molto piccola, in cui non ho potuto sbattere neanche una piccola scrivania. Quindi: il comodino fa il giorno da porta libri, mutande, vestiti e fogli sparsi, la sera, invece, da poggia-portatile; la sedia, lasciata in mezzo alla lingua di spazio rimasto, così, senza senso - né tavolo! -  cosa che trovo fighissima! - svolge le stesse funzioni.
I libri, dicevo. Sì.
I libri sono sistemati in due grandi librerie a parete, perlopiù. Molti altri, invece, nonchè gli ultimi in ordine di acquisto/studio, sono tutti belli allineati su delle fantastiche mensole rosse e bianche in alternance.
Da qualche settimana li guardo, li tocco, li apro, li ripongo. Ne ho riletti alcuni, non ne ho ancora iniziato altri ....
Questo post è dedicato a loro, a questi ammassi di foglie e fogliame che mi tengono su la vita, in molti casi.

Non di rado, come tutti gli essere umani, ho momenti di sconforto.
Non di rado, come tutti i giovani, ho momenti di sconforto.
Non di rado, come tutti i giovani innamorati, ho momenti di sconforto.
Non di rado, come tutti i giovani innamorati presi per il culo, ho momenti di sconforto.
Sempre, da quando sono riuscito a farmeli amici, i libri mi hanno salvato.
Ieri ne parlavo al telefono - Andrea, ne sai qualcosa? - e lui ha detto ciò che in queste settimane andavo elaborando. "I libri vanno corteggiati".
Niente di più vero.
Per me cominciare un libro è 'na faticaccia! E' un impegno, un'impresa, mai un imprevisto. Non mi capita mai di acquistare un libro, sedermi in treno e mettermi lì subito a leggere, dalla prima pagina. Non sia mai.
C'è tutto un rito da seguire, che cambia poco negli anni, a quanto pare.
Lo prendo, comincio a sfogliarlo, mi leggo la quarte di copertina, le pagine introduttive, traduzione a cura di, a cura di, prima edizione, introduzione prefazione e tutto il resto, poi lo sfoglio un pochino, provo ad abbordarlo, insomma. E lì si mischiano un sacco di emozioni: paura del rifuto, ansia da prestazione, spavalderia artefatta ma necessaria per fare colpo, risolutezza nel proporsi come lettore - Libro, non opporti, ti leggerò, e non dico "che tu lo voglia o no" perchè non ce ne sarà bisogno, ti piacerò, sarò un lettore meritevole.
Per leggerlo posso impiegare un giorno, pochi giorni, o un mese. Ma nulla cambia. Il corteggiamento è lo stesso.
Sono io a dover conquistare il libro! Gli devo dare fiducia, ma devo subito dopo far sì che sia lui a darne a me.
Detesto abbandonare i libri, incorro in una vera crisi d'ansia. Mi viene quasi da piangere, mi sento di tradire le parole, l'autore, i messaggi, la lingua ... il traduttore! ... Sì, un vero tradimento. Peggio anzi: un vero abbandono. 
Perchè tradire, in una storia, capita pure - questa flessibilità, vi assicuro, non la applico mai, ma facciamo i tizi aperti - ma abbandonare o essere abbandonato davvero mi distrugge. Gettare la spugna, ritenere la persona o la situazione non più degna dei proprio sforzi, delle proprie energie.

Sì, per me leggere vuol dire vivere una storia d'amore con il libro - lo sfondo del mio blog, ora che ci penso, non è mica casuale ... Se potessi scegliere, sposerei "Il Maestro e Margherita" - nonchè Bulgakovetto.
E voi? Li amate i libri? E chi sposereste?