mercoledì 27 aprile 2011

La "ziitudine"

Leggere l'ultimo post di Mammamsterdam mi ha fatto venire voglia di scrivere io stesso un post sul mio essere zio.
Lei si e ci chiedeva come ricordassimo noi il nostro zio o la nostra zia ideale, se e come avesse rappresentato e rappresentasse ancora per noi un modello di vita. Devo ammettere che di zii e zie ne ho divers*, ma nessun* ha mai costituito per me un punto di riferimento. 
Per questo, in vista della mia partenza per Milano, ho deciso di dedicare l'ultima bloggata della settimana a mio nipote. Intanto, ve lo presento (in braccio a me, il giorno della mia laurea).


Foto di Sonja Vranešević

Non posso raccontarvi quant'è bello, perchè lo vedete già da voi.
Non posso raccontarvi quant'è simpatico - se vede, dai! Guardate come fissa l'obiettivo!
Posso dirvi, però, che mentre scrivo è accanto a me, nel seggiolone, che mi guarda; poi prende i suoi quattro o cinque giochetti che ha sul piano, li osserva, li sbava e li lancia per terra urlando di felicità; ma il picco di gioia lo raggiunge solo quando, i giochi ormai a terra, può sporgersi facendo leva sul culetto e dominarli dall'alto. Un genio!
Mi è mancata molto una figura vicina da prendere ad esempio; ne ho avute, ma io parlo di qualcuno che fosse della famiglia ma non così vicina come sorella o simili. Spero di diventarlo per Riccardo.
Vorrei vederlo divertirsi sinceramente negli anni, tornare a casa da scuola ed essere felice, come lo ero io ai tempi, di mettersi suoi libri - oddio, ricordate il sussidiario? Lo amavo! - e leggere, imparare a farlo con allegria.
Vorrei che passasse i suoi pomeriggi per la campagna e non davanti alla TV, a correre, fare attività o sport, se vorrà; che organizzasse giornate con amici e amiche - le mie terminavano sempre con panino e salame e succo all'albicocca; che accettasse qualche giorno al mese di venire con me a Roma, per fargli vedere che si può - si deve, a parer mio! - unire l'amore per le distese verdi ai milioni di stimoli che provengono da una metropoli: le botte sull'autobus, i mezzi, le folle, palazzi ovunque, teatri e cinema dove e come vuoi ... 
Insomma: farò del mio meglio per fargli scoprire la ricchezza della vita, la ricchezza delle possibilità, sperando che lui faccia lo stesso con me.


lunedì 25 aprile 2011

Lo spaesamento della cultura gay

Volevo solo caricare della buona musica sul mio nuovo mp3, e invece sono due giorni che sfoglio pagine e pagine sul web alla ricerca di nuove informazioni sul "vogue", o "voguing".
Mi ero detto: "E che fai, Ame: non ce la metti un po' di musica frociarola?!", e allora dai con Vogue di Madonna.
Non ho più smesso. Non di ballare - passione inesauribile, questa - ma di commuovermi.
Mi si sono aperti su youtube dei video che non sono solo video, ma testimonianze, monumenti alla cultura. Come questi.





Con il nome Vogue conoscevo solo il brano dell'ormai muscolosissima Madonna - prima di definirla una icona gay (cosa che mi convince assai poco) la definirei in altri termini, ma questo non mi impedisce di apprezzarne alcune performance. Scopro, invece, che il termine vogue, o voguing, ha un'origine ben specifica: si tratta di una forma di danza nata nelle ballrooms gay di Harlem frequentate da latino- e afroamericani tra gli anni '60-'70. Consiste nell'imitare con gesti angolari e fluidi le pose plastiche dei modelli che appaiono nelle sfilate, simboleggiate dalle copertine del noto magazine americano di moda Vogue (da qui il nome).
Qui, qui e qui trovate qualche informazione in più.

Il primo video che ho guardato è stato questo.


 

Nei movimenti di questi ragazzi ci leggo la loro storia, il loro impegno o disimpegno, a seconda se parliamo del tentativo di scardinare o aderire alle restrizioni e ai modelli dei generi comunemente accettati.
A vederli, mi sembra di capire che molto del mio discorso sia estrapolato dal mio sguardo, o dalla voglia di vederci ciò che desidero; eppure mi commuovo: sono convinto che anche chi di loro balli - manifesti! - con poca consapevolezza del proprio potere sovversivo, faccia del bene, perchè distrugge gli schemi, spalanca il ventaglio delle forme, dei gusti, delle miscele. 
Vedere che dei maschi sfilano come delle femmine, come ciò che le persone credono possa fare o spetti fare solo ad una femmina, mi fa accelerare la corsa del cuore. Dimostrano un enorme coraggio e una enorme voglia di sfidare, di rilanciare - ciò di cui parlo sempre e che ho ben chiaro in mente: fare la rivoluzione. Sono con i pride, appoggio ogni forma di protesta e visibilità, ma credo che la più efficace e simbolica delle propagande sia proprio questa: trovo che l'effetto di spaesamento che provoco nei passeggeri sedendomi sul treno che mi porta ogni giorno a casa dopo l'università con cinque centimentri di barba, capelli molto lunghi, vestiti maschili, ma con dieci, quindici bracciali lungo tutto il braccio, una collana fatta di turchese e ottone, sandali alla schiava (modello unisex) e pose impettite, sia impagabile.
Guardando questi video mi rendo conto dell'esistenza di una cultura gay, che si può parlare di una cultura gay. Nel tempo le persone omosessuali hanno dato vita a nuove forme di comunicazione, di contatto tra corpi, tra mode, tra pubblico e performer, su molti livelli. Queste esibizioni ne sono una dimostrazione.
Il modo in cui questi maschi modificano la loro gestualità, la struttura che danno al loro corpo, la postura che assumono - "strike the pose", urlava Madonna - dimostrano come ognuno di noi possa costruire la propria identità attraverso le sperimentazioni, i prestiti da altri generi e condizioni personali.
Tutto questo mi emoziona, rincuora ed energizza.

venerdì 22 aprile 2011

"Papà", altro che "mammo"

Stefano - Fefo per gli amici - è un ingegnere italiano che vive in Svezia con sua moglie, svedese, e le loro due bambine, una di cinque anni e l'altra di poco più di un anno. Dal momento in cui ha dato inizio al suo congedo parentale per la nascita della sua seconda figlia, ha aperto il blog Diario di un papà in congedo parentale, un vero manifesto del potere della cultura, efficace dimostrazione di come la cultura possa modificare - in molti casi migliorare - l'assetto sociale e famigliare considerato naturale.
Qualche giorno fa ha rilasciato un intervista alla radio italiana per la trasmissione "Tornando a casa", condotta da Enrica Bonaccorti: gli è stato chiesto di parlare della sua condizione di padre lavoratore, che ricopre, per giunta, un ruolo di spicco nel suo settore, ma che non rinuncia - come moltissimi altri padri svedesi - a godere dell'enorme opportunità che il suo stato gli garantisce di stare a casa e crescere le sue bambine mentre sua moglie lavora.  
Questo il link del'intervista che Stefano mi ha permesso di postare: imperdibile, direi.  

Il titolo del mio post si riferisce alla tendenza della conduttrice - come di molti altri, in genere - a maschilizzare il concetto di "mamma" coniando il termine "mammo", quando invece esiste "papà"! Un uomo che sceglie, sostenuto, anzi sollecitato dal suo stato, di prendere una pausa dal lavoro per crescere (con) le sue figlie lasciando che sia la moglie a lavorare, non è un sostituto di quest'ultima, ma un padre a pieno titolo, che si occupa e preoccupa e pretende di avere del tempo per la sua famiglia.
Stefano: complimenti, e grazie.
ps: vorrei mettere in luce una frase riportata da Fefo nell'intervista che mi stordice ogni volta che la sento. Quando lui ha comunicato al suo datore di lavoro l'intenzione di andare in congedo parentale, quest'ultimo ha risposto: “Non potremmo mai dare da gestire la nostra risorsa più importante, le persone, a chi non si prende cura della propria famiglia”.

ps(2): Stefano, sei anche qui e qui!

giovedì 21 aprile 2011

Diamo un taglio!

Qualche ora fa ho tagliato i capelli. 
Nessuna scelta drastica, tranquill*, i miei boccoli biondi sono rimasti. Ho solo pensato che fosse il caso di sbarazzarmi di quei quattro, cinque centimetri di secco inaridito e di ridare una sforbiciata scalante, visto che l'ultima volta mia sorella - nome: Ilenia - avendo deciso di sperimentare su di me le sue capacità parrucchieriche, mi aveva fatto un caschetto alla Carrà. 
Era evidentemente ora di intervenire.
Il risultato mi piace parecchio, ma non è qui la questione. 
Tornando a casa ripensavo a quello che si dice: "Dopo la fine di una storia tagliare i capelli è indicativo ...", "Quando ci si taglia i capelli vuol dire che si vuole voltare pagina, che si sta dando una nuova piega (!) ...". Io? Sempre pensato fossero grandi stronzate, ma in questi casi ... nun ze sa mai! Volesse il buon Dio ...

A questo punto, sarei curioso di sapere cosa mi dite voi - statistica: quanto c'è di vero in quest'abitudine?

ps: neanche con i capelli tagliati perdo la mia connotazione divina.
Camminavo dal parrucchiere verso la mia macchina, e un gruppetto di bambini che giocavano sulla strada urlano: "Ahò, ma chi è: Noè?".
Da Cristo a Noè: anche loro notano il cambiamento!

mercoledì 20 aprile 2011

Accettare e scorrere

Ogni volta mi do una nuova chance, una nuova possibilità, nella speranza che uno di noi due possa cogliere o scoprire una briciola di nuovo, possa proporla, regalarla, almeno. Finisco sempre per provarci da solo e sentirmi respinto, nonchè umiliato.
Da ieri sera rifletto su quanta energia richieda la necessità di accettare di vivere una situazione di dolore.
Tutti ci abbandoniamo a grandi pianti e ad isterismi di fronte ad incidenti, lutti e simili.  Pur riconoscendo la portata distruttiva di simili eventi, mi spaventa molto di più l'altra cosa.
Penso a quanta energia io spenda ogni giorno per accettare che i nostri percorsi siano indipendenti, ormai; che i passi che io faccio tu non li vedrai più, potrò al massimo raccontarteli, ma non potrai più metterci i piedi sopra, ricalcarli, perchè hai scelto di essere e correre altrove. 
Penso alla forza che ci metto mattino dopo mattino per accettare di essere triste, di sentirmi solo, di amare chi non mi ama, e allo stesso tempo non cedere alla tentazione di credere che il mondo sia chiuso, che sia incatenato con me.
Sapere che mentre io penso, combatto, riprendo un respiro meno affannato, chissà dove e come tu sei felice è una prova di coraggio impari. 
Tutto questo mi sconvolge.

lunedì 18 aprile 2011

Ricordi strani(eri)

Da un paio di anni a questa parte, praticamente da quando la mia vita si è completamente trasferita a Roma, riesco a godere molto di più dei paesaggi mozzafiato dove sono cresciuto - e dove, fino a prova contraria, risiedo ancora.
Questa è Sermoneta, il mio paesino:



Io vivo ai piedi del centro storico, nella pianura che vedete quissù. Capite bene che non si può non amare un posto così, ma capirete pure che viverci in adolescenza è a dir poco frustrante. Lo si può godere da adulti, a parer mio, non prima (tutto questo merita un post a sé, magari il prossimo).
Eppure, oggi ho passeggiato per più di un'ora,  al tramonto, per le strade dove giocavo ad essere Xena con il mio migliore amico, tra i campi dove sudavo come un matto giocando a lotta e a Sailor moon; sono passato lungo i terreni incolti dove da bambino correvo, correvo, pensando che da grande avrei studiato russo.
Mentre passeggiavo, col mio nuovo mp3 nelle orecchie, pensavo all'importante pranzo di domani con il mio ex - finalmente un confronto - e mi sono agitato, rattristato. Subito dopo mi sono tornate in mente le emozioni che provavo quando ero circondato dai miei amici bielorussi, che a sette, otto anni mi bombardavano di milioni di parole nuove al giorno.
L'ansia per domani resta, ma mi commuovo al pensiero di quanto lo straniero, lo strano, il diverso, sia stato una ricchezza nella e per la mia vita.



sabato 16 aprile 2011

Azzardo "Secondo traguardo"

Le mie due magnifiche relatrici mi hanno proposto di tenere un intervento sul tema della mia tesi di laurea triennale, in occasione di una giornata di studi dedicata ai rapporti artistico-culturali tra Italia e Russia. Ho accettato. 
Ieri si è tenuto il tutto - titolo del mio articolo: La Roma di Pavel Muratov - e a quanto pare è stato un grande successo.
Professori commossi, orgogliosi degli interventi di noi studenti.
E' stata una grandissima giornata, un secondo traguardo importante. Sono molto soddisfatto e davvero molto, molto felice.

Ora riprenderò a scrivere con maggiore regolarità, car*.



mercoledì 13 aprile 2011

Primo traguardo

Credo che questo post meriti di essere scritto con poche parole e in tono serio.

Oggi, 13 aprile 2011, alle ore 17.00 circa, sono stato proclamato Dottore in Mediazione linguistico-culturale, con la votazione di 110 e lode.
Titolo della tesi: "Saggio di traduzione da Obrazy Italii di Pavel Muratov".

Non potrei immaginare una giornata più ricca di soddisfazione.
Bravo Ame, bravo.



Decalogo per una comunicazione a zero stereotipi

Stamane leggo questo interessante post sul blog di Giorgia Vezzoli, in cui l'autrice spiega di aver stilato, insieme a Francesca Sanzo di Donne Pensanti, un decalogo fatto di consigli pratici per condurre una comunicazione priva di stereotipi - una particolare attenzione è rivolta alla rappresentazione del femminile.
Lo trovo un gran bel lavoro, per questo lo pubblico. Diffondete!


Vita da streghe, insieme con Francesca Sanzo di Donne Pensanti,  ha redatto un decalogo con alcuni semplici e pratici consigli su come fare una comunicazione priva di stereotipi e non incappare in una promozione sessista e svilente.
Lo abbiamo creato non solo come blogger attiviste sulle tematiche di genere, ma anche come professioniste, dal momento che sia io che Francesca nella vita ci occupiamo di comunicazione.

Con questa iniziativa, che riteniamo complementare a quelle realizzate nell'ultimo periodo già da altri attori (come il manifesto deontologico dei creativi, la proposta di legge per un'immagine differente, le richieste alla commissione di viglianza Rai e tante altre) intendiamo rivolgerci direttamente alle aziende e a tutti i committenti delle pubblicità, in attesa che il panorama legislativo contribuisca a migliorare la situazione dell'immagine delle donne sui media. Ma pensiamo che potrebbere essere utile anche a chi si trova nella condizione di dover consigliare un'azienda nella scelta dei suoi messaggi.

Il decalogo è un testo in creative commons ed è in progress: chiunque lo può copiare e sono benvenuti i contributi per migliorarlo. Potete anche usare il banner zero stereotipi che linka direttamente al testo del decalogo per diffonderlo.


DECALOGO PER UNA COMUNICAZIONE 
A ZERO STEREOTIPI

1. La donna è una persona, non un oggetto. Se stai usando delle donne nella tua comunicazione, chiediti se la loro immagine potrebbe indurre a pensare il contrario.

2. Non basta “coprire” le donne per essere gender friendly. Occorre prima di tutto non svilirle con atteggiamenti, parole ed ogni altra forma di comunicazione che le dequalifichino o ne rimandino una visione stereotipata, svilente e maschilista.

3. Il corpo delle donne, anche scoperto, non è mai volgare e non è qualcosa di cui vergognarsi o da censurare. Semmai, lo è la sua mercificazione e il modo in cui esso viene utilizzato. Sfruttare il corpo di una donna (o peggio di una sua parte) ed usarlo come specchietto per le allodole per vendere è sempre discutibile.

4. Una comunicazione dalla parte delle donne dovrebbe proporre modelli estetici che non siano eccessivamente finti e irraggiungibili ma che tengano conto della conformazione naturale delle donne e, ove possibile, della sua diversità. Far sentire le donne inadeguate perché non corrispondenti ad un modello unico di bellezza (giovane, magra, sexy) non è esattamente un modo per stare dalla loro parte.

5. Evita gli stereotipi: la donna – oggetto sessuale è solo uno dei tanti stereotipi che creano pregiudizi. Anche la donna mamma chioccia/angelo del focolare o la donna in carriera fredda e scontrosa, ad esempio, lo sono. Anche per le bambine e i prodotti ad esse destinati è lo stesso (la bimba che pensa alla bellezza, che è già una piccola mammina casalinga o - cosa più inquietante - che viene messa in pose ammicanti, mentre il bimbo che si dedica all’avventura sono uno dei tanti esempi). Evita di usare gli stereotipi sia femminili che maschili nella tua comunicazione a meno che l’intento di critica nei loro confronti non sia più che evidente oppure affida questi ruoli ad entrambe i sessi.

6. Degradare gli uomini al posto delle (o insieme alle) donne non significa essere gender friendly, ma promuovere un finto paritarismo al ribasso che svilisce tutti, di cui le donne non hanno bisogno.

7. La sensualità e la sessualità sono cose bellissime, ma c’entrano con il prodotto e servizio che stai comunicando?

8. Ok, la sensualità c’entra con ciò che stai comunicando. Ricordati però che le donne non sono persone a disposizione di chi le guarda. Non indurre i destinatari della tua comunicazione a pensarlo dipingendole con atteggiamenti di eccessiva disponibilità sessuale.

9. Quando la comunicazione propone un’immagine d’amore (in tutte le sue forme) e le persone come soggetti e non come oggetti non significa che sia volgare. Ma se la tua comunicazione è rivolta agli adulti, assicurati che i circuiti nei quali la diffonderai non giungano agli sguardi dei più piccoli.

10. Sii coerente. Essere dalla parte delle donne vuol dire ragionare e comportarsi in termini paritari. E’ inutile essere gender friendly nella comunicazione se non lo si è anche nella vita di tutti i giorni, nel proprio lavoro e nelle proprie relazioni. Il rischio è quello di passare per ipocrita.

Se il decalogo vi sembra utile, passateparola!


lunedì 11 aprile 2011

Ecco la mia faccia : - |

Un paio di sere fa ero con mia sorella e una sua amica sul divano a fare due chiacchiere. 
Mia sorella mi dice: "Ora ti farò vedere un video che gira su facebook in questi giorni che credo proprio ti farà morire dal ridere ...". Vediamolo!
Già dal titolo mi salgono i brividi: Differenza genetica tra uomini e donne. 
Differenza?! Genetica?! Ok, mi tengo. Pronto. 
Ecco il video.





Al di là del fatto che gli idioti creatori del video parlano di sesso nel titolo e di differenza di genere all'interno, la cosa più angosciante è un'altra - tra l'altro più prevedibile: la bambina è rappresentata come un prototipo di donna isterica, dalla voce stridula, insopportabile; il bambino ... si scopa letteralmente una bambola. 
Ora. Visto che prima del video passa la scritta "Lo scopo nella vita delle donne e degli uomini si nota fin da neonati ...", si potrebbe pensare che in fin dei conti, tra un uomo che vive scopando e una donna che vive parlando e comunicando, sebbene rompendo l'anima agli altri per tono e contenuti, sarebbe preferibile la seconda. 
Invece: davanti l'immagine della bambina c'è il silenzio; nel momento in cui parte l'immagine del bambino-trivellatore il pubblico parte con un "oohhhh !!", e applaude.
Che tristezza.


sabato 9 aprile 2011

Mangiamo con gusto!

Oggi è una giornataccia, decisamente. Umore nero, tensione per il gran giorno che si avvicina, nostalgie miscelate, astratte. Qualche sospiro, qualche lacrima.
In tutto questo, mio nipote oggi compie sette mesi, ed è come sempre pronto a ridarmi un po' di gioia e di divertimento.
Siamo a pranzo: mamma deve ancora strafogarsi il suo piatto di pasta perchè è impegnata a far mangiare prima il baby. Io ho già finito, decido di darle il cambio.
Con Riccardo mi faccio delle gran risate. Il nostro giochino è questo: io riempio il cucchiaino di frutta - mela e banana, di solito; evitiamo con la minestrina perchè troppo liquida, si impatacchia tutto - e glielo avvicino alla bocca; lui fa per trangugiarlo, ma quando sta per riuscirci, in picchiata verso l'oggetto e con la bocca spalancata, io glielo allontano. Si va avanti per qualche secondo, in tutto tre o quattro volte. Sì, lo so che si innervosisce, ma appena capisce che gioco se la ride, suvvia! A quel punto, con le sue manicciole ciccione, aggancia il cucchiaino - con entrambe le mani! - e se lo schiaffa in bocca. Ride!
Come può quest'immagine non far tornare il sorriso?

mercoledì 6 aprile 2011

Cosa fa la mia felicità?

Dopo qualche mese di ripresa, in cui avevo concentrato le mie energie e il mio amore in altro, molti pensieri riprendono a defluire con un'intensità che avevo dimenticato. E fanno così male ...
Quando qualcosa di prezioso ci vola via dalle mani, la prima sensazione conosce solo la tristezza, la disperazione. E nel tempo queste non se ne vanno mica, ma si trasformano anche in una sensazione di fallimento, in paura per se stessi, per il futuro, paura di non avere più addosso quell'immagine doppia tanto amata. Si è singoli, già.
Tenace, mantengo viva una grande speranza. E in mio aiuto vengono tanti piccoli frammenti quotidiani che mi fanno pensare a quanto poco mi basti a volte per essere felice.
A questo punto mi domando: in questo momento della mia vita, quando mi sento felice?

Quando torno da una giornata fuori casa, distrutto, e vedo mio nipote sbracciarsi e ridere come un matto per venire da me.

Quando la mia magnifica relatrice comincia ogni mail che mi invia con "carosuperamedeo", e quando, alla fine di una telefonata d'urgenza a proposito dell'ultima bozza della tesi, mi saluta urlando "bravooooooo...ciao!"

Mattina presto, mia madre mi sta accompagnando in stazione. "Ma', oggi è il compleanno di papi ... facciamoje 'na torta, no?". "Sì, certo! La faccio anche a te, senza uovo ... ". "Solo se c'hai tempo, figurati ...". "Per te ce lo metto il tempo".

Quando sono alla stazione dei treni e un giovanissimo ragazzo rom, oserei dire visibilmente attratto da me, si avvicina e mi domanda: "Sei maschio o femmina?", per via delle collane e dei bracciali che indosso. E io: "Hai mai visto una donna con la barba lunga almeno cinque centimentri?", sorrido. Lui: " ... no."

Ancora stazione. Mi diverto come un matto a sentire un giovanissimo ragazzo gay che in tutta il suo sconvolgimento ormonale fa all'amica: "Ahò, mo' è un mese, eh ... io c'ho voglia de scopà! Quasi quasi richiamo Salvatore ...", fregandosene altamente di lasciare scioccate le persone intorno.

Quando ogni sera, prima di dormire, guardo un paio di puntate di Will&Grace - che trovo sempre più geniale! - e vado dietro la sigla picchiettando sul pc a ritmo.

Quando spesso la mattina apro gli occhi e penso immediatamente: "Oddio, quanto mi manca ...", e arrivare invece alla sera accorgendomi di aver fatto un sacco di cose belle.

Cosa vi rende felici?

lunedì 4 aprile 2011

Le nouveau féminisme

Oggi ero a Termini, e in attesa del treno verso casa decido di uscire dai confini: insieme a Repubblica mi leggo anche Le Monde - oltre a giocare con il francese, mi diverto a confrontare le stampe, che non è cosa da poco.
Riporto un bell'articolo di Macha Séry.

En 2010, Fatma Bouvet de la Maisonneuve levait le tabou de l'alcoolisme féminin. Dans Les Femmes face à l'alcool - Résister et s'en sortir, ce médecin psychiatre de l'hôpital Sainte-Anne, à Paris, consultante en entreprise, racontait comment les surdiplômées sont enclines à boire pour alléger la pression pesant sur elles, lorsque rien ne leur facilite la tâche, qu'il s'agisse de la pénurie des modes de garde des enfants, de l'ambience au sein des entreprises, dans lesquelles il est bien vu de partir tard, ou des réflexions sexistes, plus ou moins explicites, que toute femme entend au cours da sa carrière. 
Avec Le Choix des Femmes, Fatma Bouvet de la Maisonneuve poursuit sa mission: rendrre aux femmes l'estime de soi et les décupalbiliser. Son nouveau livre porte un bandeau rouge: "Vers un nouveau féminisme". Féminisme: le mot est lâché, qui suscite encore des sourires de condescendance comme s'il s'agissait là d'un combat dépassé, mené par des viragos. 
Pourquoi "nouveau"? Parce qu'à l'égal de Désobéir au sexisme de Xavier Renou, publié en février, il s'agit là d'une démarche pragmatique qui, pour sortir de situations en tenaille "entre, d'un coté, les vieux stéréotypes mysogines qui s'obstinent et, de l'autre, des exigences actuelles d'uniformité qui nient leur spécificité de genre", esquissent des pistes individuelles et collectives, et ne s'enracinent nullement dans une position victimaire ou une opposition stérile entre les sexes.
Ce nouveau féminisme, c'est donc "le féminisme par le choix". Car, pour Fatma Bouvet de la Maisonneuve, qui s'inscrit en celà dans la lignée des travaux conduits par la psychologue canadienne Susan Pinker, les femmes "reçoivent sans cesse des messages paradoxaux compris comme sois un homme ma fille pour ce qui concerne ta réussite professionnelle, mais surtout reste une femme pour fonder une famille, et ceux-ci les déstabilisent quelque peu. Si on l'ajoute à ce genre d'injonctions le cumul des responsabilités qui fait qu'elles supportent les mêmes contraintes que les hommes au travail, mais avec en plus 80% des responsabilités domestiques, la sentence est sans appel".
DILEMMES
Reste que son livre ne tourne pas uniquement sur les sempiternelles difficultés à concilier carrière professionnelle et vie familière et le résistant plafond de verre. A travers l'étude de quatre cas mis en perspective par de nombreuses enquêtes - quatre parcours de patientes auxqueles l'auteur ajoute son témoignage personnel - elles donnent corps à des dilemmes, des conflits de valeurs communément répandus, comme si un sacrifice s'imposait entre maternité et responsabilité au travail, féminité et autorité.
Dix ans après l'ouvrage capital de la sociologue Dominique Méda, Le temps des femmes. Pour un nouveau partage des roles, peu de choses a changé. Non dans les lois, mais dans les mentalités. "Il existe un paradoxe incompréhansible qui consiste, d'una part, à magnifier la figure de la femme enceinte, et, d'autre part, à la condamner lorsqu'elle aspire à plus d'ambition, dans sa carrière par exemple."
Au sein des entreprises, les discours véhiculent toujours des qualificatifs tels que "fragiles", "hypersensibles", "hystériques", "capricieuses", "allumeuses" ou "mal baisées", enfermant les femmes dans une pseudofatalité psychologique ou les renvoyant à leur sexualité. L'auteur elle-même s'est entendu dire par un responsable hiérarchique à court d'arguments: "Il faudra que tu utilises plus tes compétences que tes charmes."
Le choix des femmes, n'est-ce pas aussi un choix de société?


sabato 2 aprile 2011

Solite risate ... rara riflessione

Oggi il nostro Presidente del Consiglio ha dato di nuovo sfoggio della sua spiccata capacità di intrattenere e divertire i suoi parterre - ci mancava, quasi!
Al termine di un incontro tenuto a Palazzo Grazioli con i sindaci delle province di Napoli, Salerno e Caserta per discutere dello stop agli abbattimenti delle case abusive, il Presidente Berlusconi saluta il pubblico con una bella barzelletta: volgare, maschilista, razzista. Ma neanche di questo nessuno si stupisce.
Basterebbe questo, ma per onestà intellettuale ecco un articolo di Repubblica ed ecco il video.
Ma non è questo il motivo per cui riporto la notizia - mi sarei logorato lo stomaco dal nervoso ma mai avrei contribuito a fare pubblicità al buzzurro: piuttosto subirei la marca come le vacche della vecchia Campagna romana! Ma oggi ho avuto un incontro notevole in treno, poco prima di venire a conoscenza dell'exploit. Riporto.
Un signore di settantasei anni, laziale ma pendolare tra Roma e Lucca, ex insegnante di lettere, evidentemente di cultura elevata, apprezza che io gli liberi il posto accanto a me. Chiacchieriamo per tutto il tragitto.
Tra le molte pronuncia qualche frase che mi sono affrettato ad annotare appena sceso. Le trovo illuminanti. 
"Quando vedo Berlusconi penso sempre che sia ... l'ultimo dei poveracci, con la pancia fasciata di denari. Silvio Berlusconi mi fa tanta, tanta pena: è un uomo che non è mai nato e, data l'età, mai nascerà".

ps: segnalo questo interessantissimo post dal blog di Giovanna Cosenza sulla comunicazione di Silvio Berlusconi.

venerdì 1 aprile 2011

Festival LGBT di Torino

Come ogni anno, il prossimo 28 aprile partirà a Torino il Festival del Cinema LGBT, che ha raggiunto la sua ventiseiesima edizione. A quanto pare, quest'anno la Regione Piemonte ha ben pensato di togliere il proprio logo dal manifesto del Festival. La decisione sarebbe stata presa nientepopodimenoche dall'assessore alla cultura Michele Coppola - mi sa che dovremmo rivedere qualcosina co 'sti assessori alla cultura italiani ... vi ricordate questo
Molti gli attacchi da parte del Pd, oltre che dalle varie associazioni LGBT del territorio. Piccolo resoconto di Repubblica.
Ciò che più mi stupisce - e, almeno per adesso, mi fa ben sperare - è l'intervento del Ministro Carfagna che, dispiaciuta e in disaccordo con il gesto della regione, avrebbe preso in mano il dossier della kermesse per valutare un possibile sostegno diretto. Qui La Stanpa.
Se il Ministro portasse davvero a termine questa iniziativa, beh ... le dovremo - e lo farò con piacere - essere grat*.