lunedì 3 ottobre 2011

Translations - omaggio a Sylvie Lewis

Da qualche giorno aveva affisso un post-it sul mio armadio con su scritto "Post traduzione". Avrei davvero piacere se voi tutt* mi forniste opinioni, risposte, prospettive, valutazioni di ogni genere sulla questione.
Come ormai saprete - scusate lo sbombardamento, non sono monotematico, lo giuro, né tantomeno voglio fa' er pavone - ormai da un po' studio con grande attenzione e curiosità Pavel Muratov, autore russo di cui mi sono occupato nella mia tesi triennale. Per farla breve, la mia relatrice mi ha proposto in estate di riprendere la traduzione svolta per la tesi e completarla: mi ha chiesto di tradurre integralmente l'opera su cui ho lavorato, per poi trovare un buon editore che, interessato, possa pubblicarla rendendogli i giusti meriti. 
Inutile sbrodolarvi, credo, quanto io mi senta lusingato e allo stesso tempo frastornato da un simile lancio. Ma la cosa non è questa.
Chino chinetto sul mio bel testo, quasi ogni giorno dedico un po' del mio tempo al lavoro di traduzione dal russo, e ormai non riesco a darmi pace su questo punto.
Vi devo porre un quesito preciso, ma non tecnico, quindi potete rispondere un po' tutt*.
Ricorre molto di frequente, da parte dell'autore, il riferimento al passato, alla vita romana dei secoli addietro, alla vita popolare, di campagna, per poi metterla a raffronto con la contemporaneità, valutando cambiamenti nell'architettura e nella società della capitale. Quando Muratov parla dell'oggi, usa varie espressioni come cовременный человек, современные люди, нынешний человек, che vogliono dire tutte l'uomo di oggi, gli uomini di oggi, l'uomo contemporaneo.
Человек, tenete presente, corrisponde proprio al nostro persona, quindi include sia soggetti maschili che femminili. Indica un generico soggetto umano.
Voi capirete, dunque, che a me tradurre le espressioni suddette con l'uomo di oggi, gli uomini di oggi, l'uomo contemporaneo provoca dei seri problemi. Mi chiedo: cerco di essere sempre così attento a moltiplicare le uscite linguistiche, a diversificare, a specificare se si tratti di soli uomini, di sole donne o di gruppi misti, ad usare asterischi, a farci caso, insomma, a questi elementi linguistici (= mentali, ideologici), e poi traduco l'uomo?
Eppure, mi sono dovuto rassegnare all'idea, ho dovuto cedere.
Ho provato, infatti, a cambiare ogni tanto, ho provato a optare per, mah, gli essere umani, gli umani, ma credetemi: l'effetto era una vera pecionata! No, illeggibile. 
E allora dagli a ripetermi che lo sai, Ame, lo sai che ogni testo, ogni produzione va contestualizzata, non puoi mettere in bocca ad un autore di inizi '900 (russo, poi) un'espressione linguistica che si preoccupi di rendere la giusta presenza e la giusta rilevanza delle donne - suona semplicemente poco credibile, assurdo.
Eppure, quando devo battere sulla tastiera, mi fermo un attimo, sono tentato di rischiare, ma poi no, se forzassi così la mano non renderi io, in quel caso, giustizia all'autore, che di pregi ne ha a iosa. Diciamolo.

11 commenti:

  1. Una persona m'ha già detto per telefono che no, devo accettarlo e rompere poco. :D

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  2. E sul rompere poco mi associerei. Sulla traduzione e i patemi del traduttore mi sono laureata, ma te lo dico a voce.

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  3. @mammamsterdam

    Ma almeno dimmi che soluzione adotteresti!!

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  4. Personalmente io lascerei l'uomo. Plurale, gli uomini di oggi. Non penso che qualcuno leggendo possa pensare veramente ad una società solo maschile. Io non lo farei.

    Prendere un libro e avere la consapevolezza di avere in mano una traduzione è già una cosa sgradevole (porto come esempio il genio che tradusse "when the shit hit the fan" come "quando la merda colpì il ventilatore" nel libro Le Sirene di Titano di Vonnegut); se poi il traduttore ci mette dentro le sue idee, per quanto giuste e condivisibili queste siano, e si fa vedere in modo così incisivo, mi fa venire voglia di chiudere il libro e mandare un po' tutto a cagare.

    Non ho fatto la traduttrice per questo.
    Come ci diceva la nostra amatissima prof. "Il traduttore è un mestiere d'amore. Il traduttore deve scomparire."

    Mio padre dipinge icone per le chiese (ebbene sì) e ogni tanto io gli chiedo, papà perché fai gli occhi della madonna così strabici? Perché sta gente è piatta? Perché Gesù c'ha sta testa gigante? Via che sai disegnare, disegna bene.
    E lui mi risponde, se vuoi un quadro realista vai a guardarti Hopper. Questa è un'icona, risponde a canoni diversi.

    Non so se possa calzare come esempio, ma mi è venuto in mente.

    Una buona giornata, chissà se anche a Roma fa sta caldazza disumana oppure da voi è già autunno.

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  5. @maja

    L'esmepio di tuo padre calza alla perfezione, mi pare. Lui sa che c'è altro, che esistono altri modi di intendere l'opera, ma lui se ne richiede uno, determinato, e quello sia.
    Ti ringrazio.

    Comunque sì, alla fine, ovviamente, ho tenuto "l'uomo", "gli uomini", fatti salvo pochi casi in cui ho potuto rendere con "persone".
    Come docevo e dicevi anche tu, attribuirei una connotazione - e neanche troppo leggera - al testo e all'autore che in realtà non esistono.
    Tuttavia la mia domanda è proprio questa: se operassi un tentativo di inclusione del femminile, vorebbe dire dare al testo un tono femminista (e quindi no, non va bene) oppure questo rappresenterebbe il giusto metodo che in molt* dovremmo usare perchè finalmente un uso meno maschilista della lingua si diffonda?
    Non so se mi spiego ... mi domando se non sia uno sforzo anche un po' stridente quello che dobbiamo operare.

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  6. ps: autunno?!
    Io qui fremo in attesa delle ottobrate romane, mentre sono costretto a subire ancora un caldo di luglio :|

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  7. Capisco quello che dici e una parte di me (quella che ha lavorato alla Libreria delle Donne per un anno prima di soccombere alla necessità di un lavoro pagato) è d'accordo con te.
    Un'altra invece pensa che sia uno sforzo abbastanza vano, soprattutto nella traduzione di un testo non connesso al contesto di lotta femminista.
    Mi spiego: volendo tradurre un testo di politiche femministe, l'uso in italiano della doppia terminazione (o/a; donne/uomini; etc.) è piuttosto appropriato, sicuramente non fuori luogo e anzi, concorre alla profondità del tema trattato.
    Ma se devo tradurre Anna Karenina (che è e resterà il libro più bello di tutta la letteratura russa, con esclusione solo di Noi di Zamjatin), la doppia terminazione è una presa per il culo. Nel senso che devo rispettare il fatto che il vecchio Tol'stoj non pensava nemmeno lontanamente ad una questione "sessista" della lingua; quindi sì, credo che il tono diventerebbe femminista e tendenzialmente incazzato.



    A volte mi chiedo se sia veramente necessario.
    E' vero che la lingua da forma alla nostra mente e al modo di agire/rapportarci agli altri. Ma sul serio settecento anni di lingua "maschilista" italiana hanno contribuito a portare alla condizione in cui viviamo ora?
    Non è una domanda retorica, vorrei veramente capire quanta importanza ha la terminazione delle parole, e soprattutto che riflesso potrebbe avere un uso meno "maschilista" della lingua sulla società.

    Pipponi a parte, l'autunno Milanese non sarà bello come quello Romano ma lo aspetto con ansia anche io. Che sto caldo ha stufato un po' tutti.

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  8. Ne approfitto per raccontarti cosa mi è successo ieri.
    Ero a lezione con i miei bambini del lunedì (10 anni, figli di donne che fanno le catechiste e girano con sottobraccio la Bibbia, che non si sa mai si dimenticassero cosa devono fare possono subito correre a leggerlo).
    A un certo punto due delle mie bimbe stavano chiacchierando tra di loro con molto trasporto, e io ad alta voce ho detto:
    Ragazze se volete quando uscite di qua potete parlare quanto volete, magari anche sposarvi.
    Loro si sono messe a ridere e uno dei bambini (l'unico mussulmano del gruppo, schifato da tutti perché "Non ha il battesimo") si è alzato in piedi e ha detto:
    Non si può.
    E io: cosa non si può Samir?
    Due donne non si possono sposare perché fa schifo e non è giusto.

    Ci sono rimasta veramente veramente di merda.
    Una parte di me ha pensato di dire a Samir che la sua maestra passa da uomini a donne con regolarità imbarazzante. E non solo è giusto, ma non faceva nemmeno schifo. Ho pensato di dirgli che le persone non sono tutte uguali, che i gusti non sono tutti uguali, che l'amore non è tutto uguale. Che se una donna vuole sposarsi con una donna, dovrebbe essere libera di farlo. E soprattutto Samir, sei preso a sputi da mattina a sera perché sei mussulmano e ha la pelle scura, veramente vuoi essere dalla parte di quelli che discriminano? Non si impara mai niente??

    Poi sono apparsi i genitori e io ho pensato che volevo tenermi il lavoro.
    E allora sono stata zitta. E mi sono sentita una codarda.

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  9. @Maja

    Archiviamo il discorso traduzione-sguardo femminista: abbiamo capito che ho fatto bene come ho fatto, non ho chance.

    Mi preme molto di più, in questo momento, parlare della tua esperienza, di cui ti ringrazio profondamente - sono queste le bellezze che voglio sul mio blog.
    Ammetto che il tuo racconto mi ha lasciato molto triste.
    Trovo inutile stare a fare la solita retorica, no?, di quanto sia importante la libertà di ognun* e di quanto sia assurda, nonchè deleteria, una simile chiusura.
    Lo sappiamo, e prendiamo atto degli abusi a suo sfavore.
    Mi interessa molto di più, invece, mettermi nei tuoi panni. Forse è impossibile dire "Io avrei parlato", "No, hai fatto bene così" - credo che niente ti rassicurerebbe poi troppo.
    Voglio dirti, però, che io credo moltissimo nelle opposizioni, nel fare opposizione, opposizione intellettuale, intendo - ma in fondo è politica pura, questa - e temo che avrei fatto davvero fatica a tacere al tuo posto. Non di certo perchè voglio impormi su un bambino, su cui già, ahimè, si sono imposti a sufficienza, bensì perchè lui rappresenta il germe di un'etica-non etica, che io sono tenuto ad ostacolare.
    Non metto neppure a paragone le due situazioni, ben inteso, ma per farti capire: quando lavoravo come baby-sitter non ho esitato un attimo a dire di essere gay, prima al bambino, schifato, poi ai genitori, quando capitò. Come ho già detto, sarei stato disposto ad andarmene senza lavoro.
    Inutile fare i paladini, ripeto, un lavoro è un lavoro, non un lavoretto, quindi capisco benissimo, tantomeno ti giudico, ma ti/mi chiedo: se tu ti opponessi, cosa potrebbero mai fare? NOn credo cacciarti, su quali basi?
    Mi dici per bene che lavoro fai, tra l'altro?

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  10. Buon giorno Amedeo.

    Io insegno inglese. La mattina all'asilo e al liceo (di confessione ortodossa).
    Il pomeriggio per conto di un'accademia privata.

    Le mie colleghe dell'accademia sanno che sono bisessuale, hanno conosciuto compagni e compagne, sono persone splendide e non hanno mai avuto problemi di nessun tipo. Ma loro dipendono dai genitori (per lo più come ti ho detto, cattolici e di CL). Quindi no, non verrei licenziata, ma l'intero gruppo potrebbe essere ostracizzato. Quindi ci andrei di mezzo io e altre tre persone.
    Nel liceo e nell'asilo, amico mio, io non posso presentarmi vestita con magliette senza maniche, pensi davvero che se osassi fare la paladina del diverso mi sarebbe lasciato fare? I genitori sono bestie potentissime, basta una parola da parte loro e al professore di turno non viene rinnovato il contratto, che ovviamente è annuale.

    Io ti do ragione. E fuori dal mio lavoro, sono la prima a incazzarmi e disquisire e cercare di spiegare, parlare, parlare. Ma ho 28 anni, sono 5 anni che vivo da sola, voglio avere un lavoro e non voglio tornare a dipendere dai miei che hanno avuto l'ideona di fare figli a 10 anni di distanza e ora si trovano a doverne mantenere un'altra agli studi.
    Capisci?

    L'altro giorno parlavamo con un amico del perché non si smetta tutti di lavorare in protesta contro questo schifo che ci governa. Uno sciopero totale.
    Lui mi ha detto che è perché ancora non hanno toccato il nostro piccolo orticello e quindi pensiamo ci sia ancora una possibilità di salvezza.
    Gli do ragione, e vergognandomi, ti dico: non hanno ancora toccato il mio orto e io non riesco ancora a reagire in maniera netta.
    Non riesco a dire: ok, in questo liceo si insegna un'etica di intolleranza e odio, me ne vado. Penso: ok, in questo liceo mi pagano e io almeno fino a giugno sono tranquilla.

    Penso sempre più spesso che sia un peccato estremo che tu viva a Roma, sarebbe bello chiacchierare durante una delle mie cene sociali a base di pessimo cibo :P E penso che la mia studentessa farebbe di te il suo eroe!

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  11. @maja

    Capisco, capisco benissimo.
    Beh, grazie mille di ogni tua frase.

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