mercoledì 30 novembre 2011

Aggiudicato.

Romeno romeno romeno! Yeah!
Ieri ho cominciato il corso di lingua romena presso l'Accademia di Romania, a Roma. 
Arrivo con un'ora di anticipo - avevo finito prima lezione di francese - perciò erro per la meravigliosa struttura. L'insegnante, alle prese con la lezione del primo turno, mi nota, mi fa cenno con la testa, come per dire: "E tu chi cazzo sei?", le spiego a bassa voce che no, vorrei parlarle ma dopo, non si preoccupi, ma lei mi guarda brutta assai, e mi obbliga ad entrare ed assistere già. Così. In medias res.
Saluto tutti e mi siedo.
Lei riprende a spiegare la declinazione del sostantivo - età media: 55/60 anni, gente che non sa neanche cosa sia un caso. L'è djura, sì, ma lei ci riesce.
Dopo un'ora c'ero dentro, fomentatissimo.
Fine.
Parlo con lei, mentre beve un caffè per ricaricarsi e ripartire con altre due ore col secondo turno: h. 18.30-20.30. Mi spiega che inizialmente non c'erano più posti ma, come al solito, in molti hanno desistito, quindi: sei dei nostri!
Mi decido a seguire due ore del secondo turno. Doppia lezione, perciò.
Fatti tutti e quattro i casi, genere, numero e tutto il resto.
Lei è STRAORDINARIA.
Comprerò al più presto libro e dizionario.
Prima nota di riflessione. Durante la spiegazione l'insegnante dice: " [...] perchè io sono rumena [...]". Io sento una lieve e rapidissima sensazione di disagio, di imbarazzo, ma era tutto mio! Gli altri, ormai svezzati, erano già nella cosa, hanno già sviluppato un'altra sensibilità al termine, e quindi all'idea.
Nella mia testa "romena" ha un significato chiarissimo, ma sulla pelle vuol dire zingara, sporca e battona.
Ho scelto la lingua giusta, io lo so.



ps1: questo è un racconto di Matteo B. Bianchi, uno dei miei narratori preferiti. Lo trovo bellissimo.
ps2: guardate qui.

sabato 26 novembre 2011

Occhi bionici

Ieri e oggi sono di quelle giornate che proprio dici: "Ma chi me lo fa fa' de campa'? Ch'angoscia, ao'!". Ecco, sto così.
Ne avrei avuti ieri di motivi per gioire, ma niente.
Queste ultime settimane sono state tra le migliori degli ultimi periodi. Mi sento in forma, in forze, carico, pieno di voglia e volontà. Studio e leggo e ricerco a ritmi matti, ma mi sento così bene! 
Dopo l'abbuffata, oggi il conto. 
Mi sento vulnerabilissimo, fragilissimo. Tocca subito inventarsi qualcosa per tirarmi su il morale. Ci penso e vi farò sapere.

C'è da dire, però, che le miscele fanno sempre la loro porca figura.
Starò pure giù, ma due grandi cose ieri, in realtà, sono avvenute. 
Ho finalmente conosciuto e abbracciato di persona, in occasione di un incontro in Sapienza, Loredana e Giovanna. Ah, la rete!
Io e Dario abbiamo festeggiato il nostro primo anniversario vicini. Insieme ad una splendida rosa rossa, guardate qui cosa mi ha regalato. Ditemi voi come si fa a non piangere.

ps: preso dalla malinconia, mi diverto a fotografarmi post visita oculistica con tanto di somministrazione di gocce allargatrici di pupille ad un solo occhio.



giovedì 24 novembre 2011

Una nuova lingua

Sto rosicando anziché no.
Delusione potente.
Rimediarvi subito è altamente necessario.

Un paio di giorni fa incontro sul treno una collega di università, che così, en passant, mi comunica che studia lingua romena da due anni, sai, eh, e allora, ti dicevo ...?
Chissene frega cosa mi dicevi! Torna indietro e parliamo della lingua!
La informo che fin da quando ho iniziato l'università ho provato a intrecciare il mio percorso con lo studio di una nuova lingua, e romeno era ed è di sicuro tra le scelte più ambite.

1. E' il perfetto mix tra lingue romanze e lingue slave - ci sguazzo.
2. Una lingua e una cultura che tutti snobbano, quando non offendono, vi pare che io me la lasci sfuggire così?
3. Sarebbe mica poco utile, nè?

Mi informo, mi riinformo, mi sbatto a destra e a manca. Guardate un po' qui  dove avrei potuto studiarla, e gratise!
Invece? Tutto scoppiato in un puff. Posti terminati.

A questo punto mi sono fissato che devo iniziare lo studio di un'altra lingua. Per forza. Di forza. Ormai è deciso.
Quale?

lunedì 21 novembre 2011

Parlare con la città

"Se sono in città e ho voglia di campagna, posso andare in un parco. Ma se sono in campagna e ho voglia di città, dove vado?". Parole di Warhol durante un'intervista. 
Passatemi Andy - senza rinnegarlo, badate bene, è uno snodo imprescindibile per un sano sviluppo frociaresco. Il mio primo fidanzato, bello che era, mi regalò il film sulla factory e un bel volumone Taschen ben curato e impaginato, ne imparai parecchio. Insomma, una reale forma di genio l'aveva, il nostro Andrew (mica era slavo così, tanto per). Gaga docet. Passatomi lui, resta la Verità.

E' certo che questa frase merita di essere rivista, ripulita; tuttavia mantiene, a mio avviso, una profonda efficacia. Perchè se è vero che sì, un parco in piena Roma fa respirare, fa relax, natura e quant'altro, di sicuro non fa campagna. Campagna non è soltanto un paesaggio agreste e bucolico. Il paesaggio agreste e bucolico non bastano a fare campagna, che è, invece, tutta una miscela - irriproducibile, forse - di odori, colori, prospettive, tagli di vedute. Un parco metropolitano serve, fa bene, ma è altro.

La città. invece. 
Io dentro ci ritrovo sempre più di un mondo. La metropoli mi svuota e mi riempie ogni giorno, mi offre continue chance, mi scatena dalle singole vicende del giorno, senza bisogno di dimenticarle, e mi immerge in un racconto cosmico, collettivo. 
Appena metto piede alla stazione Termini il mio sguardo sulle cose cambia. Io, che figuriamoci se metto in standby qualcosa nel cervello, ogni tanto, non sia mai!, che non mi lascio sfuggire dimenticanze, in città mi rassereno. Gli autobus, le automobili, gli impiegati in completo, le badanti con vecchio/a inclus* nel pacchetto, gli affascinantissimi uomini bengalesi e indiani portatori dei più impensabili odori, i numerosi slavi di tutte le declinazioni che passano e bevono e ribevono e rifischiano e fanno certe grezzate che levate, le russe fatte di cosce sui Condotti, le anziane monteverdine che, tra il basito e l'indredulo e il conato, scrutano qualche giuovane fanciulla libertina, scosciata o chissà che altro, i ritardi dei mezzi, le parolacce in mente - ah, però! Qualcuno invece le dice proprio! - e chissà quali e quanti altri scenari!
A me tutto questo fa vivere, fa letteralmente venire i brividi.

Con Fausto ci siamo interrogati fino allo sfinimento su cosa ci ispiri di più, su quale sia il luogo in cui riusciamo a sentirci meglio. Io sono certo e fiducioso delle mie conclusioni: io riesco a sentirmi, e a sentirmi in ogni sumatura, in città. 
Ad esempio: voi, quando avete bisogno di stare sol*, dove andate? Io non ho dubbi. L'unico luogo in cui riesco è la città.
Fausto, che si trasferirebbe oggi stesso in remote terre abbruzzesi, disperso tra greggi ed effluvi naturali, resta sempre sbalordito quando dico che sì, io riesco a sentirmi solo soltanto in città. Quando ho provato a conciliarmi ai paesaggi e alle terre da cui provengo, a chiedere conforto a loro, ho ottenuto sempre lo stesso risultato: non sentivo la solitudine, ma l'assenza del resto, dell'altro, degli altri, che non mi ha mai fatto granchè bene - può farne?, mi domando. Se un giorno sono giù, invece, e me ne vado a passeggio per il centro di Roma, esplorando nuove strade, nuovi negozietti, nuovi scorci - la sacra fortuna di vivere a Rim - tutto si rimescola, tutto acquista luce nuova. Priorità, ansie, angosce e felicità prendono una nuova struttura, si riorganizzano.
A Roma non ho problemi a mettermi su un marciapiede e piangere finchè ne ho voglia. Da me, con montagne, pianure, mare e quant'altro, non posso. Ho bisogno che il mondo esista intorno a me per tirarmene fuori e starmene solo. Un paesaggio, per quanto sublime, non posso che contemplarlo, ma mai dialogarci. 
Io, che di discorsi, scambi e narrazioni faccio la mia aria, alla campagna posso chiedere ospitalità, ma non ispirazione.
Metropolitano, fino in fondo.

sabato 19 novembre 2011

Sugli indiani

A casa di V. e M. M. prepara il pollo al curry. V. fuma. 
V. mi fa omaggio dell'esilarante racconto di una conversazione avvenuta tra lei e una paziente dell'ospedale presso cui lavora  - sorvoliamo su quale.

V. è allo sportello, deve prenotare una visita.
Operazione terminata.
Tizia: "Signorina, lei è stata davvero deliziosa, ma devo farle un appunto. La sua persona ci perde davvero molto con quella cosa che ha sul labbro. Le sembra il caso?".
V.: "Di cosa parla signora?".
Tizia: "Di quell'orecchino sul labbro. Non siamo mica gli indiani?! Le consiglio vivamente di toglierlo perchè non è opportuno."
V: "Sì, sì ... seguirò il suo consiglio. Arrivederci."

giovedì 17 novembre 2011

Villa Mirafiori

Realizzo soltanto adesso che non vi ho mai presentato né parlato della mia università. Sapete tutt* cosa studio, sapete tutt* di cosa mi occupo, che studio a Roma, ecc ecc. 
Non avete, però, mai visto la splendida Villa Mirafiori, sede della mia facoltà.
Si tratta di un palazzo in stile rinascimentale di fine '800, residenza di Rosa Teresa Vercellana, moglie morganatica - ho scoperto ora cosa volesse dire - di Vittorio Emanuele II. Confina con nientepopodimeno che la sede del consolato russo, e dista una passeggiata da Villa Torlonia, vecchia proprietà di Mussolini. 
Qualche foto:


Università vista dal parco retrostante

Università vista da qualcuno immerso nel parco restrostante - qui ho dato il mio primo bacio consapevole al mio primo fidanzato, bello come il sole :D

Stagnetto posto all'entrata - prima c'erano pesci, rane e tartarughe. Mi sa che hanno fatto 'na finaccia

Panchine nell'altra parte del parco - qui ci si vede per parlare di cose importanti, confessioni, litigate, montarsi

Parco antestante - certe dormite che levate

Luogo ufficialmente adibito a montaggio - segretissimo, tutto è al di dietro della collinetta, quindi se sta che è 'na meraviglia

Il mio luogo preferito: una piccola altura davanti all'università. Qui ci passavo giornate intere, durante il primo anno, solo e in compagnia, a commuovermi che finalmente riuscivo a dire: "Sono gay"

La porta sull'infinito (=porta dello studio di russo, dove si fanno ricevimenti, tesi, esami e quant'altro)

L'intero complesso visto dall'alto

Capite, adesso, perché uno non ce la fa a laurearsi in tempo?
Tra dormitine sul prato margheritato in aprile, maschioni che si denudano il petto a prendere il sole - c'è anche chi si mette in pantaloncini! - da aprile a settembre, e tu non ce la fai, credetemi, non ce la fai, chiacchiere, caffè e tutto il resto ...
To be continued - c'è ancora il bar, la cappelletta, i cessi ... non mancherò di mostrare tutto.



martedì 15 novembre 2011

Traduco e (perché?) sono limitato?

Vuoi vedere che mi sono deciso a fare i conti sul serio con i miei limiti?
Vuoi vedere che sto crescendo sul serio?

Chiariamo subito: negli ultimi mesi non sono di certo mancate persone a ricordarmi che ne avevo, di limiti - vero: Lorenzo, Dario (tu, però, resti sempre l'amore mio), Luigi, Ilenia, Frédéric, Veronica, Andrea (quanto t'ho odiato quella settimana ... quanto ...)? Per carità! Quelle sono sempre là pronte a rammentarti quanto tu sia stato infantile in quella situazione, pesante in quell'altra, rigido in quell'altra ancora ... E la cosa peggiore è che, dopo aver cercato delle giustificazioni così unte che ci prendi delle scuffiate grandiose - arrivando a dire cose del tipo che sì, sono rigido, cazzo, ma se quando avevo quattro anni non mi avessero rubato il dentino da sotto il bicchiere messo in salone per beccarci li 'ndindi non avrei mica sviluppato un attaccamento così viscerale e morboso con cose e persone tale che ora adotto la massima accondiscenza  e il massimo perdono con tutto e tutti per paura di perderli, e altre baggianate simili - dopo aver cercato giustificazioni, dicevo, devi ammettere che hanno - cazzo - del tutto ragione, e che lo dicono per il tuo bene.

Due weekend fa io, Dario e Simone abbiamo organizzato un pijama party a casa dell'ultimo: uscita, rientro, pijama, tisana alla liquirizia per me e banale per loro, tante chiacchiere e poi ninna tutti e tre insieme abbracciati nel matrimoniale. E passa la paura.
Tra i molti discorsi, si è toccata anche la musica, in particolare la lirica, essendo stato, Simone, un ottimo cantante - ha anche le pareti insonorizzate per esercitarsi! Strafigo!
Ho realizzato come il canto sia affine non poco alla traduzione: va bene lo studio tecnico iniziale, va bene lo studio costante negli anni, l'esercitazione, la pratica, la gavetta, la solidità delle conoscenze e delle proprie potenzialità. Resterà sempre, tuttavia, quel margine - a volte neanche così ridotto - di fallimento. O peggio ancora, per un perfezionista e criticofobo come me: di sbavatura.
Nel corso di una vita da traduttore, traduttore professionista, intendo, a tempo pieno, come vorrei diventare io, di sicuro ti usciranno fuori delle grandi traduzioni, o almeno dei passaggi così ben riusciti da darti il giramento di testa. A me succede già ora. Sono quei punti, brevi frasi o immagini, che senti di aver restituito alla perfezione. Di aver quasi arrichito la lingua. Eppure, hai ben chiaro in testa che altrove ci sarà di certo qualcuno che saprà fare meglio di te. Magari non negli stessi punti, in altri, forse; o forse il suo prodotto finale sarà complessivamente di più alto livello. 
E c'è poco da fare. E' una certezza. E' una conditio sine qua non.
Inoltre - cosa gravissima, li mortacci: una traduzione è sempre migliorabile, come una performance canora. Non c'è mai una fine della traduzione, non esiste la traduzione, esistono i tentativi, le prove, le negoziazioni. 
Il prodotto ideale non esiste. Non esiste il modello di una traduzione. Non ne esiste l'idea.
E per un idealista come me vi rendete conto che trauma?

Ma non sarà mica che tanto a sputacce sopra, 'sta povera natura aveva capito già tutto e m'ha fatto scegliere questa strada come addestramento?

domenica 13 novembre 2011

Xenia Muratova: ancora non ci credo!

Venerdì, 11 novembre 2011, è stato uno dei giorni più emozionanti della mia vita.
Ricordate questo e questo? Ecco, adesso ho l'onore di dare un seguito - e che seguito! - alla storia.
Venerdì ho trascorso due ore in un caffè del centro con Xenia Muratova, nipote di Pavel Muratov. Riuscite ad immaginare o a concepire pur lontanamente la mia gratitudine e commozione?

Appuntamento previsto alle 16.00. Piazza del Pantheon.
Appuntamento posticipato di un'ora. Ne approfitto, quindi, per sbrigare delle commissioni e per fare due passi - ma questo lo sapete già.
Ore 17.00 in punto, in piedi su una bassa scalinata alla ricerca di un cappotto arancione - unico indizio grazie al quale avrei dovuto riconoscerla - giro la testa e mi trovo di fronte due occhietti azzurri su uno dei volti più eleganti, colti e raffinati che io abbia mai incontrato.
Promessa mantenuta: cappotto arancione, un po' di trucco, capelli raccolti e guanti. Io ero agitatissimo, non sapevo come pormi. Passiamo, su sua richiesta, subito al tu.
Ci sediamo all'interno di un caffè di Sant'Eustachio. Ci restiamo per due ore.
Racconti, aneddoti, storie di vita familiare, opinioni sull'opera artistica e letteraria di Pavel, pareri sui più o meno grandi slavisti italiani, confidenze su nomi noti - idoli letterari per me - che lei ebbe il piacere di conoscere personalmente, a cui fu ed è ancora legata da sincera amicizia. Amore per Roma, cambiamenti urbanistici che Roma ha subito nel tempo. E ancora progetti comuni che entrambi abbiamo in mente per diffondere e valorizzare l'opera del nostro amato.
Ciò che di più bello lei ha detto su Pavel è stato: "Era continuamente innamorato. Innamorato di tutto".
Il mio cuore ha battuto per due ore senza sosta. Il suo sguardo era dolce, accogliente, aperto. Xenia ha dimostrato per me grande affetto e gratitudine, mi ha fatto sentire in grado di fare un buon lavoro. Mi ha ascoltato con interesse e profondità, discutendo con me sulle difficoltà che tradurre l'opera di Muratov comporta.
Le ho già scritto due volte per ringraziarla, ma per me non sarà mai abbastanza.
Come se non bastasse, mi ha portato in dono il catalogo di una grande mostra sull'autore da lei curata e tenuta a Mosca nel 2008, con fotografie di famiglia e importanti ricostruzioni - nonchè una dedica per me medesimo!
Tornato a casa ho ripreso in mano la mia tesi, il catalogo, ogni articolo, foto, scritto su Pavel, mi sono messo sul letto e mi sono fatto delle promesse. Tante.



sabato 12 novembre 2011

Progulki

"Passeggiate" in russo.
Quelle lunghissime passeggiate che faccio spesso per Roma. La mia Roma.
Devo aspettare ancora un po' per sapere se e come scrivervi di una esperienza importante di ieri; nel frattempo, quindi, mi vi beccate nello stato "non-mi-vuole-nessuno-ma-qualcuno-mi-amerà-mai?" on.

Ieri me ne sono fatta (o fatto?) una lunghissima - emh, di passeggiata,  - in pieno centro, zone dove in realtà capito di rado, se non per esigenze particolari. Avevo un appuntamento al Pantheon, quindi, dopo una doverosa visita ai luoghi russi, Trinità dei Monti e Pincio, ho girovagato un po' per il rione. 




Proprio nella piazzetta quissù - alla mia sinistra c'è il Tempio di tutti gli dei - ieri ho assistito ad un paio di scene di profonda dolcezza.
Un ragazzo spagnolo, di poco post-adolescenza, salutava con baci, abbracci e lacrimucce tutti i suoi amici e amiche compatriote - io l'ho interpretata così: dopo un erasmus, o comunque un soggiorno lungo a Roma, salutava prima della partenza. Sullo sfondo, il tramonto - la luce di Roma è unica - e due suonatori di violino di strada che, con competenza, mi hanno fatto stranamente piangere.
Vedevo coppie ovunque. 
Dopo mesi, finalmente, ho rivisto un paio di coppie omosessuali, che si baciavano e accarezzavano. Uh, un po' di respiro.
Tante coppie, dicevo. Ma diverse dalle solite. C'era un'aria piena d'amore, piena di compromessi, di famiglie. In chiunque passasse abbracciato o mano nella mano, scorgevo voglia di condividere, di scegliere, di amare l'altro. Sentivo tutti e tutte molto uniti e unite.
Sì sì, oggi sto benissimo!

Se io perdessi le chiavi, chi me le ritroverebbe?



giovedì 10 novembre 2011

Conciliamoci

Esiste una musica che mi concilia con il mondo.
Dico una e non della musica perchè non si tratta di singole canzoni, di singoli episodi musicali, di singole performance, ma di particolari ritmi, miscele, combinazioni. Possono essere generi del tutto diversi, apparentemente inconciliabili o poco comunicanti, ma che, in realtà, accendono in me uno stesso tipo di sensazioni.
L'immagine che ho in mente quando questa musica mi arriva all'orecchio è sempre quella di fili incandescenti che entrano in contatto, e regalarmi una verità. Un'epifania, direi. Una vera e propria rivelazione. 
Sono in grado di ascoltarla per un tempo infinito, a ripetizione, farla finire e poi farla ricominciare. Non solo non mi stanca, ma man mano che la ascolto è come se mi si gonfiasse lo strato di pelle, se i polmoni si caricassero d'aria fino a rischiare di esplodere, se le mie orecchie stessero sempre per sputare sangue tutto intorno per via dell'incontrollata pressione. La mia capacità di sentire mi fa girare la testa, mi fa quasi svenire.
Molte cose di me, dei miei rapporti, dei miei pregi e difetti le ho afferrate proprio grazie a lei.
Sarei felice di conoscere la vostra musica, la vostra musica catartica.
Ecco qualche pillola della mia.

 

 

ps: in questi giorni ascolto Callas da mattina a sera.

sabato 5 novembre 2011

Chicchi



Corone capovolte, cerchiatura perfetta,
succhiano all'albero lo stesso rossore.
Ognuna ha il proprio nucleo, la propria cellula.
Di staccarsi, però, neanche l'ombra.
Vivere è caro ad entrambe, 
compromessi inclusi.
Pronte.
Tu, dovunque tu sia,
chiunque tu sia,
sei pronto ad attaccarmi?

giovedì 3 novembre 2011

Auguri.

Ieri ti ho visto, eri lì dov'ero io. Tre sguardi in tutto - saranno troppi?
Vi ho visto, e devo ammettere che vi ho visto anche piuttosto felici, in sintonia.
La sorpresa che mi ci voleva.
La sorpresa che volevo.

Due le ore di sonno stanotte, una l'ora di pianto - che non fa parte delle precedenti, tranquill*.
E continuo a chiedermi perchè, il perchè del mio pianto.
Stavo già partendo con la solita bacchettata, così, per rimproverarmi chissà cosa, stavolta. Eppure.
Eppure non so cosa mi ha salvato.
Io mi sono salvato.
Io ho salvato me.
Piangevo perchè ero commosso, commosso dal fatto di vedere che oggi, esattamente oggi, è un anno che ho deciso di cercarmi altrove una vita migliore. Di seminarla altrove.
Piango - a più riprese continuo - perchè sento che la svolta che aspettavo è arrivata. Ci è voluto tanto? Pazienza. Troppo? Pazienza. Avevo bisogno di capire che tu sei stato tutto quello che sei stato, e per me, che vivo dal passato, cioè prendo lo slancio sempre da lì, resterai sempre tu. Ma adesso quel tu comprende tutto, finalmente lo vedo. Chiaro. Sicuro.
Non rifiuterò altri crolli, ma sono certo che da oggi le cose cambieranno, perchè finalmente sono libero.

Mi vedo, ancora con la racchetta in mano, prontissimo, concentratissimo, lusingatissimo di poter giocare questa partita con te. Mi è sempre parso un gran privilegio. Dolce che ero.
Ad un certo punto - molto presto, diciamo - tu hai svogliatamente lanciato oltre una siepe la tua, di racchetta. Eri stufo, annoiato forse, il gioco non ti eccitava più.
Io sono rimasto sino ad oggi con la stessa racchetta in mano, ad aspettarti. A chiamarti.
Per un po' ho atteso fermo, in piedi, senza muovermi né fare brutti pensieri. Si è allontanato un attimo, pensavo. Tornerà. Non può non volermi parlare. Ne avrà di sicuro bisogno anche lui.
Poi, terrorizzato, ho iniziato a lanciarti la pallina, ma tu la lasciavi cadere.
Ho provato a tirartela addosso, cavolo, si volterà a guardarmi. Fino all'altra notte mi guardava!
No, non ti sei voltato mai.
Neanche una volta.
Saccente, guardavi me, sfinito, che impazzivo dall'incomprensione.
Mi hanno fatto male i muscoli, gli occhi, le gambe, da quello stare in piedi, sempre in attesa di un tuo cenno, sull'attenti, pronto a scattare per rispondere, per non farti sentire inascoltato.
Ieri sera la racchetta l'ho mollata io.
E mentre tu l'hai lanciata via, o forse nascosta tra le siepi - questi giochetti da mago dell'intelletto ti sono sempre piaciuti - io no. No no! Io la metto proprio giù, sul tavolino! Io prendo la racchetta, la poso sul tavolino, la guardo per l'ultima volta. Partita finita, mi dico. Per me. E' finita per me.
Non gioco più - lo diceva anche la mia amata Mina, no?

Sono libero.
Sono mio.
Di nuovo, ho vinto.
Ti ho amato perdutamente, Lorenzo, e ora ti perdo.

Auguri ad Ele, che ieri ha compiuto, come dice Carlotta, "il suo quarto di secolo".
Ma auguri a me, prima di tutto, che torno nel mondo.