martedì 17 gennaio 2012

Zio Teodoro, tu sì che ne sai

Questi ultimi giorni post-influenza sono un po' strani. Sono scazzatissimo, non ho certe voglie ma ne ho di altre. Boh, me girano. 
Ma ci sono, cari amici e amiche.

Ieri sera ho avuto la fortuna - beh, quale fortuna? Ho fatto un'ora di fila un'ora e un quarto prima della spettacolo - di beccare un biglietto per la serata d'onore al Teatro Argentina: Gabriele Lavia ne "Il sogno di un uomo ridicolo" di Dostoevskij. 
Interpretazione magistrale. Ovazione finale del tutto meritata. Era tanto che non mi commuovevo a teatro.

Con la scusa ho ripreso il testo. L'avevo già letto un paio di anni fa, ma allora non avevo la consapevolezza di lettore di oggi, e soprattutto mi mancava la capacità di muovermi nel panorama letterario russo che ho formato nel corso degli studi.
Un capolavoro, senza dubbio, anche per me che non sono uno di quelli che osannano Dostoevskij - la letteratura che si interroga su esistenza, vita, morte, passioni e corruzioni umane non fa per me. Sono un novecentista fino al midollo.
Ho incontrato un paio di passaggi che trovo straordinari.

 
In quel momento mi era chiaro che la vita, il mondo dipendevano da me. Addirittura avrei potuto dire che il mondo adesso era come se fosse stato fatto per me solo: sparandomi, quindi, non sarebbe più esistito il mondo. Senza pensare che, forse, effettivamente per nessuno sarebbe più esistito nulla dopo di me, e tutto il mondo, non appena si fosse spenta la mia coscienza, sarebbe subito svanito come un'illusione, come qualcosa che esisteva solo nella mia coscienza, si sarebbe dileguato, poiché, forse, tutto questo mondo e tutta questa gente non sono nient'altro che me stesso.

La coscienza della vita è superiore alla vita stessa.

Quest'ultima frase è inserita in un discorso più ampio, in cui l'autore mette in luce come l'uomo, nella società civile, abbia abbandonato un'esistenza all'insegna della semplicità e dell'essenza e abbia rincorso la scienza, ritenuta colei che ci offre le leggi che regolano la vita e la felicità, più preziose della vita stessa. Una critica, insomma.
Eppure, io trovo questa frase verissima.
Io sono per la vita sempre e comunque, ma non sono per l'essenza della vita. Credo che chiunque meriti di vivere, senza se e senza ma. Tutti e tutte. E forse per tutti e tutte vivere una vita è bello, ma credo pure che la bellezza di una vita stia proprio nello scopririla, metterla alla prova, spezzettarla, sfidarla, accoglierla, maledirla, benedirla.
Ricordo che una sera ne parlai con Fausto, lui mi odiò e mi disse: "Non sarai mica di quelli che dicono che senza un nome le cose non esistono?". 
Tanato!

4 commenti:

  1. la vita bisogna saperla vivere per davvero, capire cosa vogliamo e prendercelo, per quanto è possibile e godere di tutte le cose belle che ci capitano, anche piccole, abbandonando la zavorra delle cose che ci fanno stare male (quando è possibile, non sempre lo è, certo)
    bellissimo post, complimenti. io sono molto "ottocentista", ma preferisco tolstoj al nostro amico dostoevskij che, come dici giustamente, si interroga in modo angosciante e quasi morboso su passioni e corruzioni umane. buona serata!

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  2. Grazie a te per il bel commento!
    Io non sono per Dostoevskij né per Tolstoj - a me datemi un'Achmatova, un Majakovskij, un Chlebnikov, e sarò felice a vita!
    E poi sempre, sempre, Bulgakov.

    Buona serata a te!

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  3. ah ok, no su questi autori purtroppo ignoranza totale, tranne su bulgakov di cui ho letto il maestro e margherita (è suo vero?) ma mi ha messo addosso inquietudine e non l'ho molto apprezzato... forse inorridirai alle mie parole :)

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  4. Sì, è il suo capolavoro.
    Credimi, se prima magari riuscissi a trovare qualche informazione al riguardo, leggendo qualche edizione critica ad esempio, lo apprezzeresti. E' un'opera straordinaria.

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